sabato 28 febbraio 2015

Padova: Il Pubblico Ministero con il Provvedimento di Sospensione dei termini ex art. 20 L. 44-99

il decreto ingiuntivo ed il precetto notificati...appaiono riferibili a rapporti illeciti tra le suddette società

[caption id="attachment_3297" align="alignnone" width="300"]Padova: Il Pubblico Ministero con il Provvedimento di Sospensione dei termini ex art. 20 L. 44-99, Padova: Il Pubblico Ministero con il Provvedimento di Sospensione dei termini ex art. 20 L. 44-99[/caption]

Padova: Il Pubblico Ministero con il Provvedimento di Sospensione dei termini ex art. 20 L. 44-99


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Cassa risparmio Rimini 26 indagati. Tra loro anche 2 commissari diBankitalia

Gli ex amministratori sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al falso in bilancio e di altri reati societari. Ai funzionari romani si contesta l'indebita restituzione di conferimenti

[caption id="attachment_2697" align="alignnone" width="300"]Cassa risparmio Rimini, 26 indagati. Tra loro anche 2 commissari di Bankitalia Cassa risparmio Rimini 26 indagati. Tra loro anche 2 commissari di Bankitalia[/caption]

Cassa risparmio Rimini 26 indagati. Tra loro anche 2 commissari di Bankitalia


Ventisei persone indagate per il “sodalizio criminale alla governance della Cassa di Risparmio di Rimini (Carim)“. La Guardia di finanza ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini agli ex amministratori accusati di associazione per delinquere finalizzata al falso in bilancio e di altri reati societari. Indagati anche due commissari della Banca d’Italia, intervenuti quando l’Istituto fu commissariato (ottobre 2010), per indebita restituzione di conferimenti. Si tratta di Riccardo Sora, impegnato in questi giorni alla verifica di Banca dell’Etruria e di Piernicola Carollo.

I reati sono stati commessi negli anni 2009 e 2010. Secondo le indagini della Guardia di finanza, e del sostituto procuratore della Repubblica Luca Bertuzzi, alla “governance” della Carim di quegli anni c’era “un sodalizio criminale composto dai vertici dell’istituto, in carica nel periodo dal 2009 fino al commissariamento disposto dalla Banca d’Italia nel 2010, che, a seguito di elargizione di mutui e di finanziamenti non assistiti da adeguate garanzie, ometteva dolosamente di evidenziare nei bilanci le perdite già maturate da tempo tramite stime e valutazioni palesemente non corrispondenti alla reale situazione del credito”.

Gli indagati, membri pro tempore del Consiglio di amministrazione e del collegio sindacale, secondo le indagini, “hanno partecipato attivamente e sistematicamente al processo di concessione e/o revisione delle linee di credito concesse dalla Banca Carim spa a favore di soggetti o gruppi societari da tempo insolventi”. Molti di questi prestiti a causa della crisi economica e dei fallimenti sono poi diventato inesigibili e quindi “avrebbero correttamente richiesto una svalutazione dei crediti stessi vantati dalla Carim. La Guardia di finanza ha invece scoperto che nei bilanci Carim degli anni in esame sono state inserite “valutazioni alterate, sproporzionate ed arbitrarie, appostate dagli organi dell’istituto di credito sia nella redazione del bilancio al 31.12.2009 che nella relazione semestrale al 30.06.2010″. Un’alterazione dei conti, in cui si nascondevano le perdite, servita ad alterare il risultato di esercizio 2009, trasformando l’utile d’esercizio (di 31.329.339 di euro) in una perdita di 4.360393 con un peggioramento di questa nel semestrale 2010 che passa da 32.532.000 euro a 61.669.833. Nei conti così addomesticati per la Procura si configura il reato di false comunicazioni sociali per gli anni 2009 e 2010.

Al quadro indiziario si aggiungono i fatti avvenuti dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del provvedimento di commissariamento Carim di Banca d’Italia, quando alcuni azionisti, apprendendo della sottocapitalizzazione della banca, hanno venduto le azioni di cui erano proprietari, prevedendo una diminuzione del loro valore, all’epoca fissato in circa 21 euro, come poi è avvenuto, con un’azione fissata al prezzo di circa 11 euro, poi diventate 5 dopo l’aumento di capitale alla fine del commissariamento. Tra questi c’è il caso di un ex direttore generale di Carim che due giorni prima del commissariamento avrebbe venduto le sue azioni a 21 euro, a prezzo pieno dunque, prima che venissero svalutate. Tale manovra avrebbe comportato anche una conseguente indebita restituzione di conferimenti nei confronti di alcuni soci (quelli che avevano venduto le proprie azione all’Istituto stesso) per un importo complessivo quantificato in circa 10.342.00O euro.

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fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

mercoledì 25 febbraio 2015

Conto corrente: quando il tasso di mora fa scattare l’usura


La banca che fa sottoscrivere un contratto di conto corrente dove il tasso moratorio è sensibilmente superiore alla soglia fissata dalla Banca d’Italia perde gli interessi.



[caption id="attachment_2575" align="alignnone" width="300"]Conto corrente: quando il tasso di mora fa scattare l’usura Conto corrente: quando il tasso di mora fa scattare l’usura[/caption]

Conto corrente: quando il tasso di mora fa scattare l’usura




Per stabilire se i tassi applicati dalla banca sul conto corrente sono usurari o meno serve, di norma, un professionista che effettui i calcoli. Ecco però un rapido e facile sistema alla portata di tutti, suggerito da una recente sentenza del Tribunale di Udine .

 

Innanzitutto il giudice ricorda che, per avere contezza se un tasso sia usurario o meno, bisogna tenere presente – secondo le indicazioni fornite dalla Cassazione e dalla giurisprudenza unanime – tutti i costi, commissioni, remunerazioni (a qualsiasi titolo dovute) e le spese che gravano sul correntista (per esempio la penale di recesso anticipato, ecc.) nonché le condizioni previste dal contratto in caso di mora. Ma, visto che il calcolo più corretto sarebbe anche molto complesso, per stabilire che si è in presenza di un tasso usurario basta che quello di mora sia “sensibilmente superiore” alla soglia fissata dalla Banca d’Italia.

 

La sentenza in commento fa tesoro della giurisprudenza prevalente secondo cui il tasso di mora concorre nel calcolo del superamento dell’usura anche se il Tegm non ne tiene conto sia di varie difficoltà di metodo e calcolo.

 

La verifica dell’usura  va condotta determinando il tasso effettivo globale annuo concretamente pattuito, non i tassi semplici indicati in contratto. Il tasso di mora, in questo senso, costituisce solo uno di tali tassi semplici riferito alla rata e/o al capitale scaduto e non pagato, mentre quello che occorre riferire alla soglia è il tasso effettivo annuo del credito erogato. Il tasso di mora, dunque, non è un tasso effettivo in sé e per sé rilevante per la soglia dell’usura, ma è un tasso semplice che integra il tasso corrispettivo, come riflesso del mutamento determinatosi nel piano di ammortamento, e concorre ad individuare il costo effettivo del credito ai fini anti usura.

 

Dunque, la via d’uscita sta nel determinare il tasso effettivo globale annuo concretamente applicato, tenendo conto degli studi di matematica finanziaria che lo determinano il modo più alto per le rate già scadute. Ma, al di là di calcoli complessi, se il tasso di mora è già così superiore a quello soglia, tanto che se il cliente salti tutte le rate e pagate tutte le more maturate, il costo effettivo del contratto superi certamente il limite, allora si può già parlare di usura.

 

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lunedì 23 febbraio 2015

Morgan Stanley patteggia per i mutui subprime: conto da 2,6 miliardi

Ancora una regina di Wall Street cerca di archiviare le storie del passato, pagando salatamente. In precedenza avevano patteggiato anche JpMorgan, Bank of America, e Citigroup per una cira complessiva di 35 miliardi di dollari

 Morgan Stanley patteggia per i mutui subprime: conto da 2,6 miliardi


Morgan Stanley patteggia per i mutui subprime: conto da 2,6 miliardi

Morgan Stanley patteggia per i mutui subprime: conto da 2,6 miliardi


MILANO - L'onda lunga della crisi dei mutui ipotecari sembra non finire mai per le banche Usa, che sono state le responsabili dello scoppio di una bolla capace di trascinare all'inferno la finanza globale e poi innescare pure la crisi economica. La banca d'affari statunitense Morgan Stanley ha patteggiato con l'amministrazione Obama una maxi-multa da 2,6 miliardi di dollari per la vendita di mutui ipotecari che contribuirono ad alimentare ed aggravare la crisi finanziaria esplosa nel 2008.

Ancora un'altra regina di Wall Street, dunque, vittima dell'azione con cui il Dipartimento di giustizia americano sta perseguendo i responsabili del terremoto che ha portato alla più grave recessione dall'epoca della Grande Depressione.

Morgan Stanley ha quindi assicurato che nel 2014, in vista della stangata, aveva già aumentato a 2,8 miliardi di dollari le sue riserve legali destinate alla vicenda dei mutui. In precedenza avevano patteggiato anche JpMorgan, Bank of America, e Citigroup per una cira complessiva di 35 miliardi di dollari. Goldman Sachs ha rivelato nei giorni scorsi che potrebbe essere la prossima banca ad essere presa di mira dall'amministrazione Obama.

La notizia data con una comunicazione alla Sec, anche se si attende la finalizzazione dell'accordo, porterà Morgan Stanley anche a rivedere i conti del 2014: l'incremento delle riserve legali di 2,8 miliardi abbatterà il suo profitto operativo per l'intero esercizio a 1,35 dollari per azione. Non si tratta del primo accordo siglato dalla banca. Nel corso degli ultimi due anni, altri 'piccoli' patteggiamenti erano stati raggiunti con la Federal Housing Finance Authority, sui mutui che erano stati venduti alle compagnie para-statali Fannie Mae e Freddie Mac.

fonte: http://www.repubblica.it/economia/finanza

sabato 21 febbraio 2015

Usura bancaria condannato ex direttore di Banca Nuova Maiolini

L'ex direttore generale di Banca Nuova, Francesco Maiolini, è stato condannato a otto mesi, pena  sospesa, per usura bancaria. Una sentenza storica, perchè tra le  prime in Italia

[caption id="attachment_2575" align="alignnone" width="300"]Usura bancaria, condannato l'ex direttore di Banca Nuova Maiolini Usura bancaria condannato  direttore[/caption]

Usura bancaria condannato ex direttore


 

PALERMO. L'ex direttore generale di Banca Nuova, Francesco Maiolini, è stato condannato a otto mesi, pena  sospesa, per usura bancaria. Una sentenza storica, perchè tra le  prime in Italia per questo tipo di reato. Il processo si è  svolto con il rito abbreviato davanti al gup di Palermo Vittorio  Anania. I pm erano Marco Verzera e Claudia Ferrari. Gli altri  due indagati, il presidente dell'istituto di credito Martino  Breganze e il direttore dell'area commerciale Rodolfo Pezzotti,  sono stati rinviati a giudizio per lo stesso reato e saranno  processati a partire dal 18 maggio davanti al Tribunale di  Palermo. Secondo l'accusa, gli indagati «non impedivano, pur  avendo l'obbligo giuridico di evitarlo, che fossero pretesi e  applicati interessi usurari». In particolare, i tassi avrebbero  inciso rispettivamente per cinquemila euro (di cui 4 mila  compensati) e 3.495 sui conti di due società. Furono gli stessi  titolari dei conti a denunciare la banca. I fatti sono stati  commessi tra il 2009 e il 2010.

L'inchiesta è quella che ha coinvolto anche l'ex procuratore  di Palermo, Francesco Messineo. Maiolini, infatti, aveva  chiamato alcuni magistrati per avere informazioni sull'indagine  in corso e avrebbe così appreso dal procuratore di Palermo  notizie che in teoria non avrebbe dovuto conoscere. Il  procuratore, poi indagato per violazione del segreto istruttorio  a Caltanissetta, si è sempre difeso dicendo di avere comunicato  a Maiolini cose di cui era già a conoscenza avendo ricevuto  l'avviso di conclusione d'indagini. L'inchiesta a carico di  Messineo fu poi archiviata su richiesta della stessa procura di  Caltanissetta. Archiviata anche la procedura che fu avviata dal  Csm per il trasferimento d'ufficio di Messineo.    L'inchiesta su Messineo era stata aperta nell'autunno del  2012 quando l'allora procuratore aggiunto di Palermo, Antonio  Ingroia, inviò a Caltanissetta gli atti del fascicolo che  riguardava un'indagine del capoluogo siciliano su presunti casi  di usura bancaria a carico di alcuni funzionari e dell'ex  manager Maiolini. Dall'indagine erano emersi contatti tra  Messineo e Maiolini e la comunicazione da parte del procuratore  di alcune informazioni relative all'inchiesta in corso

giovedì 19 febbraio 2015

Usura bancaria boom di procedimenti nel distretto di Lecce

C’è un’impennata di denunce per i reati di usura bancaria in provincia di Lecce.

 

[caption id="attachment_2583" align="alignnone" width="190"]Usura bancaria: boom di procedimenti nel distretto di Lecce Usura bancaria boom di procedimenti nel distretto di Lecce[/caption]

Usura bancaria boom di procedimenti nel distretto di Lecce


LECCE – C’è un’impennata di denunce per i reati di usura bancaria in provincia di Lecce. Il dato ha raggiunto cifre talmente spropositate da indurre tutti i gip in servizio presso la Procura a convocare una riunione per coordinare la mole di richieste di rinvio a giudizio depositate nelle varie cancellerie negli ultimi mesi. E i processi molto spesso non sono così facili da incardinare.

Non è infatti mai semplice dimostrare la sussistenza del reato perché le attuali leggi tutelano le banche e molto spesso si necessita di una consulenza. Negli ultimi anni, però, complice la crisi, molti cittadini si sono rivolti alla giustizia penale bypassando quella civile e i fascicoli sono aumentati a dismisura.

C’è poi un altro elemento da tenere in considerazione. Per un giudice non è agevole accertare chi abbia materialmente commesso il reato che solitamente nelle denunce o nelle stesse richieste di rinvio a giudizio viene contestato genericamente al direttore. Ma ogni denuncia deve essere attentamente valutata per comprendere chi abbia abito forzando la normativa vigente. Un’ “emergenza” ormai cronica.

E proprio in giornata si è discussa l’opposizione alla richiesta di archiviazione su un presunto caso di usura bancaria che vede coinvolto il direttore di una filiale locale. Ma il gup Carlo Cazzella si è preso tempo. Una decisione potrà arrivare solo dopo che il giudice avrà letto attentamente tutte le carte per poter comprendere con precisione come siano andati i fatti. E ci vorrà tempo, molto tempo.

Così come per tutti i fascicoli in cui si ipotizza un reato per il quale si denuncia con estrema facilità ma sempre molto complesso da verificare e accertare. In tal senso una conferma arriva tra il numero limitato di processi avviati e di sentenze culminate in condanne con i procedimenti (molto maggiore) dei procedimenti archiviati.

fonte: corrieresalentino.it

lunedì 16 febbraio 2015

Strozzati dallo Swap Salvatore e Gina Messina sono due albergatori che rischiano di perdere tutto

perché la loro banca gli ha fatto firmare un complesso contratto finanziario chiamato Swap, che in pochi anni ha prosciugato dal loro conto corrente 500.000 euro

Strozzati dallo Swap. Salvatore e Gina Messina sono due albergatori che rischiano di perdere tutto

[caption id="attachment_2650" align="alignnone" width="300"]Strozzati dallo Swap. Salvatore e Gina Messina sono due albergatori che rischiano di perdere tutto Strozzati dallo Swap. Salvatore e Gina Messina sono due albergatori che rischiano di perdere tutto[/caption]

Strozzati dallo Swap. Salvatore e Gina Messina sono due albergatori che rischiano di perdere tutto


Lo swap, nella finanza, appartiene alla categoria degli strumenti derivati, e consiste nello scambio di flussi di cassa tra due controparti. Va annoverato come uno dei più moderni strumenti di copertura dei rischi utilizzato prevalentemente dalle banche, dalle imprese e anche dagli enti pubblici. Si presenta come un contratto nominato (ma atipico in quanto privo di disciplina legislativa), a termine, consensuale, oneroso e aleatorio.

Per esempio, un soggetto A può acquistare un'obbligazione a tasso variabile e corrispondere gli interessi che percepisce a un soggetto B. B, a sua volta, acquista un bond a tasso fisso, percepisce gli interessi variabili di A e gli gira gli interessi a tasso fisso. Questa struttura (chiamata IRS, cioè interest rate swap) può essere utile per immunizzarsi da fluttuazioni di mercato o gestire fondi comuni (con la strategia CPPI). Nell'accordo di swap vengono stabilite le date in cui i pagamenti verranno effettuati e il modo in cui saranno calcolati.

È possibile distinguere varie tipologie di operazioni di swap sulla base dei flussi finanziari scambiati:

  • swap di interessi (Interest Rate Swap, IRS): è un contratto che prevede lo scambio periodico, tra due operatori, di flussi di cassa aventi la natura di "interesse" calcolati sulla base dei tassi di interesse predefiniti e differenti e di un capitale teorico di riferimento;

  • swap di valute (currency swap, CS): è un contratto stipulato fra due controparti che si scambiano nel tempo un flusso di pagamenti denominati in due diverse valute. Si pone quale scambio a pronti di una determinata valuta e nel contempo in uno scambio di eguale ammontare e cambio, ma di segno opposto, a una data futura prestabilita.

  • swap di commodities: è un contratto stipulato fra due controparti che si scambiano nel tempo un flusso di pagamenti indicizzati al cambiamento di una commodity da un lato e a un tasso fisso dall'altro. Un esempio comune sono swap sul prezzo del petrolio (Oil swaps).

  • swap di protezione dal fallimento di un'azienda (Credit default swap, CDS). È un contratto di assicurazione che prevede il pagamento di un premio periodico in cambio di un pagamento di protezione nel caso di fallimento di un'azienda di riferimento.


La finalità di uno swap può essere:

  • hedging: riduzione (fino ad annullamento) di una potenziale perdita (rischio finanziario);

  • trading: profitto sulla variazione di prezzo (nel tempo), assumendo un rischio finanziario. Tutti i flussi si eseguono in un unico mercato;

  • arbitraggio: profitto sulla differenza di prezzo fra due mercati (in un dato tempo). Si acquista in un mercato, e si vende il derivato o il sottostante in un altro.


Lo schema dei flussi finanziari degli swap è completamente diverso da quello degli altri derivati.
Lo swap non ha un prezzo di acquisto col quale la controparte diviene proprietaria di un sottostante, o del diritto di acquistarlo/venderlo a un dato prezzo alla scadenza (come per le opzioni call e put), né a scadenza ha facoltà di esercitare o meno tale diritto con dei gradi di libertà: i flussi hanno date certe e stabilite dal contratto, di segno opposto (spesso più di due nel tempo), e quelli di almeno una controparte sono deterministici (di importo noto: es. quantità di valuta, tasso fisso, premio per un CDS).
La quantità e valore degli swap scambiabili (e il rischio di controparte) sono meno legati al prezzo del sottostante rispetto ad altri strumenti derivati: con un'opzione, la controparte che acquista deve avere liquidità pari al prezzo del derivato e del sottostante (se esercita l'opzione), mentre per uno swap entrambe le controparti devono essere solvibili, ma solamente per la differenza fra due tassi di interesse (spread fisso-variabile, cambio fra valute, probabilità di default per un CDS) che sono percentuali del sottostante (interessi rispetto al capitale di debito, delta cambio fra valute), e aventi il solito ordine.

Ad esempio, se la controparte non vende a terzi il derivato o non si copre con un derivato di segno opposto (stessa scadenza e sottostante): nello swap di commodity non è necessaria la disponibilità fisica del bene sottostante; in quello di interessi il contratto di swap non necessariamente è legato all'esistenza e/o unicità di debiti a tasso fisso e variabile sottostanti (che potrebbero per contro essere coperti da molteplici swap); nello swap di valute, dove è invece necessaria la disponibilità del bene, a pronti al cambio corrente di mercato, questo ritorna alla controparte a termine al cambio iniziale, in modo indipendente da quanto varia il prezzo relativo fra le valute fra la data a pronti e a termine.

 

fonte : http://it.wikipedia.org

domenica 15 febbraio 2015

Le banche l'usura e il complotto alla luce del sole

Il rapporto tra gli italiani e le banche non è mai stato tormentato come in questi ultimi anni

[caption id="attachment_1218" align="alignnone" width="300"]Le banche, l'usura e il complotto alla luce del sole Le banche[/caption]

Le banche


l'usura e il complotto alla luce del sole


Il rapporto tra gli italiani e le banche non è mai stato tormentato come in questi ultimi anni, complice la crisi economica che ha irrigidito la gestione del credito, tra imprese e consumatori da una parte ed istituti di credito è di fatto scoppiata una guerra, su cui è utile tentare di fare un po’ di chiarezza.

In un Paese come il nostro in cui l’ordinamento giuridico soffre di elefantiasi, quando si tratta di applicare legge ad un caso concreto tutto diventa vago ed opinabile; proprio grazie a questa incertezza, paradossalmente unico elemento oggettivo rimasto al diritto, c’è chi, pianificando le proprie scelte sul presupposto di questa zona grigia, riesce ad ottenere dei vantaggi considerevoli.


Per dare un’idea di tutto questo può servire un piccolo esempio:  una banca italiana, tra le più conosciute, per i versamenti in contanti impiega tre giorni (per non meglio precisate ragioni tecniche) per dare l’effettiva disponibilità delle somme versate, tutto questo in violazione di una norma di legge secondo cui per i versamenti in contanti le date dell’operazione, della valuta e della disponibilità devono coincidere.
Questa pratica sicuramente scorretta, difficilmente comporterà conseguenze per la banca, le possibilità che un cliente porti in giudizio il proprio istituto di credito per una simile “inezia” sono pressoché nulle, ma moltiplicando il singolo piccolo indebito vantaggio per l’enorme numero dei versamenti in contanti presso gli sportelli il profitto realizzato dalla banca diventa davvero ragguardevole.

Sembra evidente che questo perverso rapporto tra vantaggi e rischi derivanti da una violazione di una legge sia pianificato come strategia aziendale in danno di consumatori ed imprese, diversamente non si spiegherebbe la quantità di violazioni della legge (talvolta sistematiche) sull’usura o di quella sulla trasparenza bancaria presenti nei contratti che regolano i diversi rapporti creditizi.

Forse tutto questo non sarebbe possibile se il sistema giudiziario italiano non fosse quello che è, con la durata intollerabile dei processi, con i suoi costi e soprattutto con l’incertezza del diritto esasperata da una giurisprudenza secondo la quale, a volte atti, qualificabili amministrativi (nelle migliore delle ipotesi), come le istruzioni della Banca d’Italia, prevalgono sulla legge o che in materia di usura afferma principi, che ove sostenuti in sede di esame universitario comporterebbero per lo studente il cortese, ma fermo invito da parte del professore di tornare alla prossima sessione, nonché autentiche perle come sentenze con esiti diametralmente opposti per questioni speculari.

E’ altrettanto probabile che, se la Banca d’Italia, il cui capitale dal 1990 è ripartito per oltre il 97% tra gli istituti di credito italiani ed il restante tra assicurazioni, fosse un organo realmente terzo le funzioni di vigilanza, indirizzo e controllo sul sistema creditizio e quelle che in modo sconsiderato la legge sull’usura gli ha attribuito sarebbero state svolte in ben altro modo e con altri effetti sull’intera economia italiana.

Infine all’appello dei corresponsabili non può mancare l’informazione italiana, abilissima ad ignorare la sostanza dei problemi di cui si occupa ed invece tutta presa ad offrire un taglio scandalistisco e pruriginoso delle questioni, senza lesinare “marchette” ad associazioni antiusura, nate come funghi, che offrono la salvezza da banche ed esattori vampiri previo acquisti di perizie bancarie e sottoscrizioni di convenzioni a percentuale sugli ipotetici vantaggi fatti ottenere al cliente.

In definitiva è proprio il caso di dire che tutto complotta perché nulla cambi.

sabato 14 febbraio 2015

BNL condannata per mancato assolvimento dell'onere probatorio

Con la sentenza n. 4353 in commento, emessa il 17 novembre 2014, il Tribunale civile di Lecce - Seconda Sezione civile

 

[caption id="attachment_1218" align="alignnone" width="300"]BNL condannata per mancato assolvimento dell'onere probatorio BNL condannata per mancato assolvimento dell'onere probatorio[/caption]

BNL condannata per mancato assolvimento dell'onere probatorio





Con la sentenza n. 4353 in commento, emessa il 17 novembre 2014, il Tribunale civile di Lecce - Seconda Sezione civile - nella persona del giudice dr.ssa Annafrancesca Capone, ha condannato la Banca Nazionale del Lavoro a corrispondere agli attori la complessiva somma di € 6.687.074,47, oltre interessi al saggio legale dal 30 ottobre 2009 al saldo, per aver accertato l'illegittimità dell'operato dell’istituto di credito nella parte in cui ha applicato ai rapporti di conto corrente oggetto di giudizio tassi di interesse ultralegali, capitalizzazione trimestrale degli interessi, spese di tenuta conto, commissioni di massimo scoperto e valute non pattuite










Ma la sentenza, se da un lato, sottolinea il mancato assolvimento dell’onere probatorio da parte della banca e rigetta la domanda riconvenzionale per € 8.095.420,38, dall’altro condanna la stessa banca al pagamento di € 7.281.491,27 per la nullità di anatocismo, saggi ultralegali, capitalizzazione trimestrale, massimo scoperto e spese, con una forbice di € 15.376.911,65 in favore delle clienti.

Così la sentenza in commento motiva la decadenza probatoria da parte della banca:

“Il C.T.U., poi, dopo aver ricevuto le "osservazioni" del C.T.P. dell'istituto bancario ha provveduto ad effettuare un ulteriore calcolo prendendo in considerazione i finanziamenti rimasti insoluti e riportati nella consulenza tecnica di parte del C.T.P. dott. D.B.

Orbene, ritiene il Tribunale di non poter tenere conto di questa ulteriore ipotesi di calcolo per le seguenti ragioni:

- agli atti, risultano prodotti solo alcuni estratti conto relativi a tali rapporti (cfr. CD allegato al fascicolo di parte degli attori, "BNL 1''), nonché i saldaconti (cfr. allegati 7- 45 del fascicolo di parte dell'istituto di credito);

- non risultano, invece, prodotti i contratti, né l'intera sequenza degli estratti conto, con la conseguenza che non vi è prova che il saldo indicato sia effettivamente quello corretto;

- d'altro canto, il conteggio prodotto dal dott. D.B. appare senz’altro errato, quantomeno in alcuni punti, per esempio laddove indica tra i finanziamenti non rimborsati quello di € 117.000,00 (n. 500 506, già c/c 280494) che risulta invece girocontato sul conto principale n. 12371 (cfr. CD prodotto dalla difesa attorea, "BNL 1", cartella denominata "Ultima", file denominato "BNL12731"), nonché laddove considera, nell'effettuare la sommatoria degli importi rimasti insoluti, il saldo del conto corrente n. 12731 che è stato, invece, oggetto di ricalcolo da parte del CTU col risultato di un saldo negativo per la Banca.

Alla luce di tanto non può tenersi conto del conteggio proposto dal dott. D.B., considerato che la Banca non ha assolto l'onere di provare la fondatezza della richiesta di pagamento formulata con la domanda riconvenzionale, non avendo nemmeno provveduto a fornire la documentazione completa necessaria per le verifiche del caso.”

Salvo un atto di grazia filobancario da parte della Corte d’Appello, la banca ha perso la possibilità di reclamare quelle somme sia nel giudizio ordinario che nell’ammissione alla procedura concorsuale che non può far entrare dalla finestra ciò che è uscito dalla porta.

Ma, in Italia, tutto è, oramai, possibile.

La sentenza si segnala per aver lucidamente ritenuto che, in mancanza di estratti conto, non potendosi escludere la sussistenza di poste contabili illegittime (per capitalizzazione di interessi, tassi ultralegali, commissione di massimo scoperto, ecc.) sia necessario annullare tutte le voci non verificabili e, dunque, partire da un saldo pari a “zero”.

Giova, infatti, rilevare che spetta sempre alla banca fornire la prova dell’andamento dei rapporti di conto corrente a partire dalla loro origine.

In proposito, la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 23974 del 25 novembre 2010, consolidando il maggioritario orientamento della giurisprudenza di merito, ha espresso il principio per cui nei rapporti bancari in conto corrente, una volta che sia stata dichiarata l’invalidità di clausole bancarie che abbiano comportato l’addebito di interessi (ultralegali e di valuta), commissioni e spese, peraltro illegittimamente capitalizzati, a carico del correntista, la banca ha sempre l’onere di produrre gli estratti conto integrali, a far data dall’apertura del conto e sino alla data della chiusura.

Inoltre, la banca non può sottrarsi all’assolvimento di tale onere invocando l’insussistenza dell’obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni, perché non si deve confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del credito, e la banca ha sempre l’onere di produrre la completa documentazione del rapporto di conto corrente.

Nel caso sottoposto alla decisione della Corte era stata dichiarata la nullità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi e di quella di determinazione del tasso (nella specie perché determinato in relazione agli usi di piazza) e la Corte ha, per i motivi anzidetti, affermato l’onere per la banca di provare l’effettiva entità del proprio credito.

Tale affermazione è peraltro conforme all’orientamento espresso dalla stessa Corte in precedenti pronunzie, secondo cui una volta esclusa la validità della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, soltanto la produzione degli estratti a partire dall’apertura del conto corrente - considerato che, in virtù dell’unitarietà del rapporto, da tale momento decorre la prescrizione del credito di restituzione per somme indebitamente trattenute dalla banca a titolo di interessi (Cass. 2262/1984, nonché la sentenza a Sezioni Unite n. 24418 del 2 dicembre 2010) - consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell’avere con l’applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca, sempre che la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla capitalizzazione degli interessi non dovuti (cfr, ex multis, Cass. civ. sez. I, Sent. 14 giugno 2012, n. 9768, Cass. civ., sez. I, 10 maggio 2007, n. 10692).

Da ultimo, è tornata nuovamente a pronunciarsi sul punto la Suprema Corte, con la sentenza del 2 agosto 2013, n. 18541, in cui ha ribadito il principio per il quale la banca, in sede di contestazione della pattuizione degli interessi ultralegali, è tenuta a produrre in giudizio tutti gli estratti conto a partire dall’apertura del conto corrente oggetto di analisi, anche se vengano superati i dieci anni di durata del medesimo.

In particolare, secondo i giudici della Corte, la produzione degli estratti conto relativi ad un arco temporale più breve selezionato arbitrariamente dalla banca, deve ritenersi in toto inidonea ad assolvere l’onus probandi posto a carico della stessa. In pratica, la banca non può difendersi sostenendo che la previsione di un arco temporale lungo per la conservazione dei documenti, i “famosi” dieci anni, vada interpretata come una limitazione dell’onere posto a carico della banca stessa di dimostrare il credito.

Pertanto i Giudici Ermellini, richiamando l’orientamento fatto proprio dalle Sezioni Unite con la Sentenza n. 21095/2004, hanno concluso stabilendo che la banca è tenuta a produrre gli estratti conto a partire dall’apertura del conto, anche oltre il decennio, perché non si può confondere l’onere di conservazione della documentazione contabile con quello di prova del proprio credito quando le contestazioni del debitore riguardano l’intera durata del rapporto.

Di recente nella Giurisprudenza di merito, il Tribunale di Lecce, con sentenza n. 3072 del 30 giugno 2014, Dott. Angelo Rizzo, ha chiaramente precisato che come il creditore contestato (anche con un’azione ordinaria) sia sempre tenuto all’onere della prova, a prescindere se formalmente sia attore o convenuto, poiché è sempre sostanzialmente tenuto a provare il suo diritto di credito anche in un giudizio ordinario di accertamento negativo di detto credito:

“Eccepisce la Banca convenuta la nullità dell'atto introduttivo del giudizio, in quanto " parte attrice non ha depositato a corredo del proprio libello introduttivo il contratto di cui lamenta la nullità e/o inefficacia e/o comunque la presunta ed eccepita illegittimità per rinvio ad usi piazza, capitalizzazione composta, cms, giorni valuta, spese etc., limitandosi a depositare una consulenza contabile di parte e relativi estratti trimestrali e riassunti scalari ( pag. 4 comparsa di risposta). L'eccezione non ha pregio giuridico e va pertanto disattesa. E' indiscusso che l'azione di accertamento del dare-avere promossa dal correntista deve qualificarsi come tipico giudizio di accertamento delle nullità delle clausole del contratto di apercredito stipulato fra le parti, attinenti la determinazione degli interessi ultralegali, il criterio di calcolo dell'interesse anatocistico, l'applicazione della provvigione di massimo scoperto e delle altre somme richieste in restituzione. In ordine all'onere della prova nelle azioni di accertamento negativo, la giurisprudenza con una illuminata sentenza (Cass. n. 1391/1985) ha esplicitamente affermato che i principi generali sull'onere della prova trovano applicazione indipendentemente dalla circostanza che la causa sia stata instaurata dal debitore con azione di accertamento negativo con la conseguenza che anche in tale situazione la prova deve gravare sempre sul titolare del diritto di cui si chiede l'accertamento ( in tal senso Cass. Sez. IV n. 28516/2008; App. L'Aquila n. 615 del 9.9.2010) Quanto all'art. 2697 c.c., l'affermazione secondo cui la dizione dallo stesso utilizzata " chi vuol far valere un diritto in giudizio" implica che sia colui che prende l'iniziativa di introdurre il giudizio ad essere gravato dell'onere " di provare i fatti che ne costituiscono il fondamento" contrasta, innanzi tutto, con la stessa lettera della disposizione, poiché l'attore in accertamento negativo ( il correntista) non fa valere il diritto oggetto dell'accertamento giudiziale, ma al contrario ne postula l'inesistenza, ed è invece il convenuto ( banca) che virtualmente o concretamente fa valere tale diritto, essendo la parte contro interessata rispetto all'azione di accertamento negativo". Conclusivamente, in materia di ripartizione dell'onere della prova nell'ambito delle azioni di accertamento negativo del credito bancario, i principi generali sull'onere della prova trovano applicazione indipendentemente dalla circostanza che la causa sia stata instaurata dal correntista-debitore con azione di accertamento negativo, con la conseguenza che anche in tale situazione sono a carico della banca-creditrice, convenuta in accertamento, le conseguenze della mancata dimostrazione degli elementi costitutivi della pretesa ( Cass. 17.7.2008 n. 19762; Cass. 1.12.2008 n. 28516; App. L'Aquila 9.9.2010 n. 615; Trib. Cassino 29.10.2004 n. 1245/04, App. Napoli 15.1.2009 n. 80 e molte altre). Va precisato, contrariamente a quanto affermato dalla banca convenuta, che il limite temporale dell'obbligo di tenuta delle scritture contabili non opera per il contratto relativo all'apertura di c/c bancario in quanto quest'ultimo non costituisce documentazione contabile, bensì, ai sensi dell'art. 117 commi 1 e 3 T.U.B., prova scritta richiesta ad substantiam ed a pena di nullità dell'esistenza del rapporto di c/c bancario e, deve indicare, il tasso di interesse ed ogni altro prezzo o condizioni praticati ( App. Milano 22.5.2012 Pres. Tarantola Est. Carla Romana Raineri). Si vuol dire che, dall'attore, sono stati forniti i supporti documentali quali gli estratti conto e gli scalari, inviati dalla banca durante tutto il rapporto e non contestati, il che implica l'esistenza del contratto di c/c che la banca, pur essendo onerata, non ha ritenuto di produrre”

Ed ancor prima, anche il Tribunale di Brindisi:

Peraltro la banca, in quanto soggetto professionale, ha l'obbligo di adempiere le proprie obbligazioni con la diligenza qualificata di cui all'art. 1176, comma 2, c.c., di talché non pare contrario a ragionevolezza e buona fede richiedere alla banca stessa la conservazione di tutti gli estratti conto (che essa stessa forma).

Né a diversa conclusione può giungersi in ragione del disposto dell'art. 2220 c.c., che prevede l'obbligo a carico dell'imprenditore di conservazione delle scritture contabili per dieci anni dall'ultima registrazione, in quanto, come chiarito dalla Suprema Corte, "nei rapporti bancari in conto corrente, la banca non può sottrarsi all'onere di provare il proprio credito invocando l'insussistenza dell'obbligo di conservare le scritture contabili oltre dieci anni dalla data dell'ultima registrazione, in quanto tale obbligo volto ad assicurare una più penetrante tutela dei terzi estranei all'attività imprenditoriale non può sollevarla dall'onere della prova piena del credito vantato anche per il periodo ulteriore" (Cassazione civile, sa. 1, 26/01/2011, n. 1842, Intesa gestione cred. c. Rossi ed altro; in senso conforme cfr. Cass. 25 novembre 2010 n. 23974).

Pertanto, in conclusione, non avendo la banca provato che il saldo negativo portato dal primo estratto conto prodotto fosse quello effettivo, il saldo iniziale alla data del 31.12.1993 va convenzionalmente azzerato, conformemente ai principi condivisibili espressi da Cass 23974/10, cui si rimanda, e che, per le ragioni sopra esposte, debbono trovare applicazione anche qualora sia il correntista ad agire in giudizio” (Tribunale di Brindisi, Dott. Pietro Lisi, del 7 marzo 2014, n. 1085).

Anche la S.C. ha, dunque, regolato anche l’ipotesi in cui la banca non provi la bontà del suo saldo iniziale intermedio, con la produzione di tutti gli e/c.

Infatti, se la banca non produce tutti gli e/c dall’origine alla chiusura del rapporto, dovrà azzerarsi la prima posta nota e proseguire con il calcolo, partendo dal c.d. “Saldo 0”.

Sul punto la Corte di Cassazione ha chiarito che:

La banca non ha provato per le ragioni dinanzi esposte che alla data dell’1.1.1993, cui si riferisce il primo estratto-conto riportato in giudizio, il credito riportato in detto estratto conto e conclusivo dell’andamento dei conti per gli anni pregressi fosse quello effettivo in ragione della più volte citata nullità delle clausole sugli interessi. Del tutto correttamente pertanto la Corte d’appello ha azzerato le dette risultanze in quanto non provate e disposto che il calcolo dei rapporti di dare ed avere venisse calcolato dal CTU a partire dalla detta data del 1993 partendo da zero. Cass. civ., sez. I, 25 novembre 2010, n. 23974.

Recentemente anche la Corte d’Appello di Lecce, ha ribadito che:

Stabilito che il saldo passivo riportato nel primo estratto — conto disponibile non è possibile riconoscere alcuna valenza probatoria, va conclusivamente affermato che esso — sganciato dalle poste precedenti attive e passive — rappresenta nient'altro che un dato numerico - formatosi sulla base di clausole nulle e arbitrariamente applicate perché non concordate (C.M.S.) - privo quindi di ogni significato (v. ex plurimis App. Lecce 83/2013).

Ad avviso della Corte, tale orientamento va seguito quale che sia l'azione esercitata dal correntista sia essa ciò di accertamento negativo del credito preteso dalla banca ovvero di accertamento positivo del proprio credito, giacché anche in questo secondo caso occorre ai fini della ricostruzione del rapporto partire da un dato certo, che non può per le ragioni innanzi indicate essere individuato nel saldaconto. Peraltro, non va sottaciuto che il presente giudizio di riallaccia costituendone in sostanza la continuazione — a quello di opposizione a decreto ingiuntivo, nel quale l'attore in senso sostanziale si identificava nella banca. Appello Lecce, Pres. Rel. Cons. Marcello Dell’Anna, Sent. N. 206 del 3 gennaio 2014

Passando alle questioni – inerenti al saldo “zero”, come punto di partenza per il ricalcolo (dalla data dell’1 gennaio 1993), e l'ambito di applicabilità dell'art. 2220 C.C. –, segnalate dagli appellanti e tra loro connesse va osservato che, come, con orientamento oramai costante, sancito da questa Corte in vicende analoghe (v. ex plurimis App. Lecce App. Lecce 836/2006; 41/2007; 568/2008) costituisce canone di comune applicazione ex art. 2697 C.C. quello secondo cui la parte, che asserisce di essere creditrice dell'altra è tenuta a provare il proprio assunto. Ciò posto, mentre è irrilevante il fatto che la banca non abbia ritenuto di conservare le proprie scritture contabili, in quanto la disposizione di cui all'art. 2220 C.C. se impone un obbligo di conservazione per dieci anni dall'ultima registrazione non per questo implica che, decorso tale periodo, la banca (e l'imprenditore in genere) sia esonerata dal “provare il proprio credito" (Cass. 23974/2010), va osservato che, per pacifica e condivisa giurisprudenza, il saldo conto è privo di efficacia probatoria al di fuori del procedimento monitorio. La S.C. nella sentenza resa a S.U. n. 6707 del 1994 ha affermato che "il saldaconto è affatto diverso dell'estratto periodico di conto corrente", assoggettato alla disciplina dell'art. 1832 C.C., in quanto "quest'ultimo documento riproduce... integralmente i dati annotati nella scheda di conto e relativi a tutte le operazioni affluite sullo stesso nel periodo al quale l'estratto si riferisce (addebiti, accrediti, rimesse di terzi, interessi, attivi e passivi, ecc.) con il saldo alla data di chiusura, ed è trasmesso ai correntista per consentirgli di controllare l'esattezza delle annotazioni e renderne definitive le risultanze"; laddove nell'estratto di saldaconto viene riportato soltanto il saldo debitore senza l'indicazione delle partite attive e passive che l'hanno determinato. Ne consegue, secondo l'assunto della S.C., da un lato, che non vi è alcuna possibilità di agganciare — ancorché in via analogica e parzialmente la disciplina dell'estratto conto al saldaconto e, dall'altro, che nel giudizio di cognizione piena (quale è quello introdotto con l'opposizione a decreto ingiuntivo) "l'accertamento del fatto costitutivo torna ad essere disciplinato dalle comuni regole sull’ammissibilità ed efficacia dei singoli mezzi di prova". Conclusivamente, il saldaconto rappresenta - se sganciato, come nella specie, dalle poste attive e passive - un mero dato numerico non riscontrato in alcun modo, è fine a sé stesso, privo, quindi: di ogni significato. Tale conclusione, che conduce ad assumere come dato di partenza all'1 gennaio 1993 il numero zero, ancor più si impone nella specie ove si consideri che il dato riportato nel saldaconto costituisce il risultato dell'applicazione (pacifica) di clausole nulle (interessi "uso piazza” e capitalizzazione trimestrale) ovvero di addebiti non dovuti (C.M.S.: sul punto, come detto, la sentenza impugnata è passata ingiudicato. Per completezza va soggiunto che il ragionamento qui seguito ha di recente trovato riscontro nella citata pronuncia n. 23974 del 2010, nella quale la S.C. dopo aver ricordato l'onere probatoria a carico della banca (anche in quel caso ricorrevano le menzionata clausole nulle) così si esprime: “La banca non ha provato per le ragioni dinanzi esposte che alla data dell'1.1.1993, cui si riferisce il primo estratto conto riportato in giudizio, il credito riportato in detto estratto conto e conclusivo dell'andamento dei conti per gli anni pregressi fosse quello effettivo in ragione della più volte citata nullità delle clausole sugli interessi” Del tutto correttamente, pertanto, la Corte d'Appello ha azzerato le dette risultanze quanto non provate e disposto che il calcolo dei rapporti di dare e avere venisse calcolato dal C.T.U. dalla detta data del 1993 “partendo da zero". Appello Lecce, Pres. Marcello DELL’ANNA, sent. n. 83 del 28 gennaio 2013.

In assenza dell'intera documentazione relativa a tutto il periodo in cui si è protratto il rapporto negoziale, la Corte ritiene che sia corretto assumere come dato iniziale non il saldo risultante dal primo estratto conto, ma quello pari a zero. Questa Corte già con sentenza del 20.10.06, pronunciata nella causa 113/02, ha ritenuto che è onere di entrambe le parti fornire la prova delle proprie asserzioni, quando ciascuna asserisce di essere creditrice dell'altra e, in mancanza, ha ritenuto corretto assumere come dato di partenza il saldo pari a zero. Ha infatti osservato che "il saldo sganciato dalle parti precedenti è fine a se stesso, presenta cioè un mero numero, che, non riscontrato in alcun modo, diventa privo di significato". Questo indirizzo appare del tutto coerente con i comuni canoni in tema di distribuzione dell'onere probatorio. Invero, al di là della convenienza contingente per l'una o per l'altra parte, la necessità di partire dal "saldo zero" ha una solida base contabile e conseguentemente una razionale giustificazione giuridica. Infatti, accertata l'esistenza (per il periodo coperto dagli estratti conto) di addebiti non dovuti (a vario titolo: capitalizzazione di interessi, tassi ultralegali, commissione di massimo scoperto, ecc.), è più che logico ritenere che lo stesso sia avvenuto anche per il periodo pregresso. Questa deduzione è di per sé sufficiente a ritenere inattendibile il saldo di chiusura del primo estratto conto disponibile, perché non è possibile (in assenza di documentazione) emendare le poste contabili illegittime. Da ciò deriva la necessità di annullare tutte le voci non verificabili e, quindi, partire da zero. Appello Lecce - Sentenza n. 510 del 6-17 luglio 2012.

Detto principio, dunque, ora affermato anche dalla S.C., era già pacifico nella giurisprudenza di merito: nell’ipotesi che la banca non produca il primo e/c del rapporto, ma ne produce uno successivo, il saldo contabile da cui partire per l’analisi contabile deve essere pari a “0”, essendo venuta la banca meno all’onere di esibizione e di prova del saldo iniziale differente dallo “0”.

Anche su detto punto, quindi, la sentenza in commento resa dal Tribunale di Lecce appare illuminante, laddove procede al ricalcolo dell’esatto dare-avere tra le parti partendo da un saldo pari “0”, sul corretto presupposto che il saldo sganciato dalle poste precedenti rappresenti un mero numero, privo di ogni tipo di riscontro e, in quanto tale, insignificante.










domenica 8 febbraio 2015

La Banca ingiunge un pagamento di 40.000 euro, il Tribunale lo cancella e la condanna a restituirne 32.000!

 

Il tribunale di Roma ribalta il debito a favore del correntista poiché l’art. 1284 c.c. prevede la nullità degli interessi se non pattuiti per iscritto

[caption id="attachment_2119" align="alignnone" width="300"]La Banca ingiunge un pagamento di 40.000 euro, il Tribunale lo cancella e la condanna a restituirne 32! La Banca ingiunge un pagamento di 40.000 euro, il Tribunale lo cancella e la condanna a restituirne 32![/caption]

La Banca ingiunge un pagamento di 40.000 euro, il Tribunale lo cancella e la condanna a restituirne 32!






Il tribunale di Roma, nella persona del Giudice dott. Cricenti, ha praticamente ribaltato il debito di una correntista e del garante (suo padre) nei confronti della banca che ingiungeva il pagamento di 40.000 euro.

La vicenda ha inizio nel 2009, quando la banca Monte dei Paschi di Siena, Gestione Crediti Banca S.p.A., notifica a S.G., titolare di un’edicola, e a M.G., suo padre e garante, un decreto ingiuntivo pari a 40.203,24 euro, con l’aggiunta di interessi convenzionali e spese legali. La banca motiva la sua richiesta come saldo dei rapporti di conto corrente intercorsi.

Tuttavia i due presunti debitori non saldano la cifra e, anzi, si rivolgono agli avvocati sostenendo l’infondatezza del credito in quanto determinatosi nel corso degli anni a causa dell’addebito di interessi che non sarebbero mai stati validamente pattuiti nel tasso effettivamente applicato dalla banca. A questi si sarebbero aggiunte commissioni e spese anche queste non dovute, peraltro capitalizzate trimestralmente insieme agli interessi in violazione di legge. Padre e figlia, inoltre, sottolineano nella loro motivazione l’usurarietà degli interessi addebitati, con la diretta conseguenza della perdita del diritto, da parte della banca, di percepirli.

Con queste motivazioni, gli avvocati chiedono che la banca sia condannata alla restituzione di quanto indebitamente percepito nel corso degli anni. Alla prima udienza l’avvocato difensore della banca continua ad insistere per ottenere l’esecuzione del decreto ingiuntivo, ma il Giudice rigetta l’istanza. A questo punto viene disposta una consulenza tecnica d’ufficio, che conferma la validità delle motivazioni della correntista e dei suoi avvocati: “E’ ormai acquisito che i patti che prevedono interessi in misura superiore alla forma scritta devono essere stipulati per iscritto (art 1284 uc. c.c.) (da ultimo Cass. N. 2072 del 2013)”, recita la sentenza.

La vicenda si è conclusa lo scorso 23 dicembre 2014,con la sentenza del Tribunale di Roma che ha:

  1. revocato il decreto ingiuntivo della banca;

  2. condannato l’istituto di credito alla restituzione di 31.310,43 euro alla sig.ra S.G. e 542,33 euro al sig. M.G.;

  3. condannato l’Istituto al pagamento delle spese legali per un ammontare di euro 3.500;

  4. condannato l’Istituto al pagamento delle spese della consulenza tecnica.


La vicenda, tuttavia, non risolve tutti i problemi dei due correntisti, i quali hanno subito il pignoramento di una casa, con sentenza del tribunale di Roma, sempre da parte del Monte dei Paschi di Siena. In questo caso si tratterebbe di un mutuo fondiario stipulato nell’anno 2003; i correntisti sostengono che il capitale, ammontante a 160.000 euro, non sarebbe mai stato concesso, tranne che per una cifra di 40.000 euro, effettivamente erogata. Il resto della somma non sarebbe mai stato concesso essendo stato destinato dall’istituto di credito ad estinzione di un presunto debito su conti correnti intrattenuti in precedenza.

Il sig. M.G., colpito da malattia, chiede che siano accertati l’effettivo dare-avere e la legittimità della pretesa da parte della banca, per poter eventualmente pagare solo quanto dovuto piuttosto che perdere la casa.

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Dott.ssa Marzia Muzi

fonte: oltreildiritto



sabato 7 febbraio 2015

Banca condannata, aveva preteso e intascato interessi illegittimi

La banca Mps deve risarcire un' autoconcessionaria
di Mestre e una società di costruzioni di Conegliano




[caption id="attachment_2119" align="alignnone" width="300"]Banca condannata, aveva preteso e intascato interessi illegittimi Banca condannata, aveva preteso e intascato interessi illegittimi[/caption]

Banca condannata, aveva preteso e intascato interessi illegittimi


VENEZIA - Il Tribunale di Venezia ha dato ragione a due imprenditori di Mestre che, assistiti dall’avvocatessa Daniela Ajese, hanno avviato una causa per ottenere la restituzione degli interessi a loro avviso indebitamente richiesti e incassati dagli istituti bancari.
La società Campello Motors, uno dei concessionari di autovetture più conosciuto in città, ha ottenuto la condanna del Monte dei Paschi di Siena (già Banca Antonveneta spa) al pagamento di oltre 167mila euro, oltre agli interessi maturati e a 10mila euro di spese di lite.
A sua volta, il titolare della societàdi costruzioni Atena C96 (con sede a Conegliano) ha vinto la causa sempre con Mps che dovrà ripristinare sul conto corrente dell’azienda oltre 100mila euro, somma sempre relativa all’illegittimità degli interessi passivi anatocistici.

venerdì 6 febbraio 2015

Bancario condannato a 6 mesi, era complice di due usurai. Le vittime accedono al fondo di solidarietà

Un'articolata operazione della guardia di finanza di Osimo, durata oltre due anni

[caption id="attachment_2137" align="alignnone" width="300"]Bancario condannato a 6 mesi, era complice di due usurai. Le vittime accedono al fondo di solidarietà Bancario condannato a 6 mesi, era complice di due usurai. Le vittime accedono al fondo di solidarietà[/caption]

Bancario condannato a 6 mesi, era complice di due usurai. Le vittime accedono al fondo di solidarietà


Un'articolata operazione della guardia di finanza di Osimo, durata oltre due anni, e che aveva portato all'arresto di due uomini nel giugno del 2013, oggi torna in cima alla cronaca per importanti sviluppi nella vicenda giudiziaria.Nel 2013 erano stati arrestati un pensionato jesino, B.L., e suo genero, un metalmeccanico di Filottrano, F.M., per usura ed estorsione nei confronti di alcuni imprenditori, che versavano all'epoca in serie difficoltà economiche.

Oggi emerge il coinvolgimento di un terzo soggetto, che aiutava i due uomini a compiere atti di estorsione prestando soldi a tassi usurai: si tratta di O.I., bancario, che aveva il compito di fornire informazioni riservate sulle condizioni economiche delle vittime di usura.

Il cerchio si chiude su un giro di usura di oltre 500.000 euro, che conta 127 finanziamenti che i due uomini aveva erogato, per un capitale di oltre 224.000 euro, e circa 100.000 euri solo a titolo di interessi.

Tutti i prestiti sono stati segnalati all’Autorità giudiziaria per il reato di esercizio abusivo dell’attività finanziaria, mentre per 36 di essi è stato possibile accertare con precisione che è stato richiesto ed applicato un tasso di interessi abbondantemente sopra il limite soglia dell’usura, che variava dal 100% al 700% con picchi che hanno raggiunto anche il 3.000%.

Inoltre, su decreto emesso dal GIP presso il Tribunale di Ancona, sono stati sequestrati ai due uomini beni per un valore di 66.400 euro, corrispondenti agli interessi usurari effettivamente incassati.

Lo scorso mese di novembre 2014, il GUP ha disposto il rinvio a giudizio per gli imputati principali, che hanno scelto di patteggiare; mentre il bancario è stato condannato per favoreggiamento a 6 mesi di reclusione.

Smantellato il giro di usura, c'è un 'lieto fine': per la prima volta nella provincia di Ancona è stato attivato l'accesso ai mutui senza interessi erogati dallo Stato, di cui alla Legge n. 108/1996.

La Legge sull'usura infatti ha istituito un "Fondo di solidarietà per le vittime", al quale possono accedere imprenditori o liberi professionisti caduti nella rete degli usurai.









di Cristina Carnevali
Fonte : redazione@viverejesi.it

mercoledì 4 febbraio 2015

USURA BNL CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO PER I VERTICI

 

Richiesta di rinvio a giudizio per i vertici della Banca nazionale del lavoro con la  pesante accusa di usura

[caption id="attachment_2575" align="alignnone" width="300"]USURA: BNL, CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO PER I VERTICI; FEDERABRUZZO LI INGUAIA USURA  BNL  CHIESTO RINVIO
A GIUDIZIO PER I VERTICI[/caption]

USURA  BNL CHIESTO RINVIO A GIUDIZIO PER I VERTICI


PESCARA - Richiesta di rinvio a giudizio per i vertici della Banca nazionale del lavoro con la  pesante accusa di usura.

Ad inguaiare i piani alti Bln, la querela di una imprenditrice, proprietaria di un ristorante, che ha chiesto aiuto a Federabruzzo, l’associazione antiusura con sede a Pescara presieduta da Maria Flora Rutolo.

Federabruzzo ha effettuato una perizia sulla situazione della signora da cui si evinceva che si poteva trattare di un caso di usura.

Il gip del tribunale di Civitavecchia (Roma), Emanuele De Gregorio, ha fissato per il prossimo 2 febbraio l’udienza preliminare per Luigi Abete, presidente del Cda della banca, l’amministratore delegato, Fabio Gallia, e il direttore generale, Mario Girotti, su richiesta del pubblico ministero, Lorenzo Del Giudice.

I reati ipotizzati sono quelli puniti dagli articoli del codice penale 644 (usura) oltre che 40 comma 2 (condotta omissiva impropria) e 110 (in concorso).

Secondo le accuse, i vertici della banca avrebbero “coordinato l’azione degli uffici competenti alla determinazione dei tassi di interesse, facendo in modo che la titolare dell’impresa promettesse e desse alla Banca nazionale del Lavoro spa interessi usurai”.

In particolare, per quanto riguarda il credito concesso, dall’analisi dei vari trimestre, sarebbe saltato fuori che sarebbero stati superati, soprattutto negli ultimi periodi anche abbondantemente, i tassi di soglia di usura.

Soddisfazione per la richiesta di rinvio a giudizio è stata espressa da Federabruzzo, da sempre in prima linea e in migliaia di casi vicina alle vittime di questa piaga.

L’avvocato che ha curato il caso, Massimo Dragani, del Foro di Pescara, legale di riferimento di Federabruzzo, ha commentato dicendo che "è un provvedimento importante, come ancora pochi se ne vedono in Italia, che ha la forza di imputare responsabilità anche ai vertici degli istituti. Non bisogna cantare vittoria, attendiamo il filtro della udienza preliminare”.

Federabruzzo sta valutando anche la possibilità di costituirsi come parte civile.

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fonte: abruzzoweb.it

martedì 3 febbraio 2015

Sequestro Preventivo in favore di una vittima di usura bancaria

Procura della Repubblica di Torino con provvedimento del 30 01 2015 ha disposto il Sequestro Preventivo in favore di una vittima di usura bancaria

[caption id="attachment_1459" align="alignnone" width="272"]Procura della Repubblica di Torino Il Pubblico Ministero con provvedimento del 30 01 2015 ha disposto il Sequestro Preventivo in favore di una vittima di usura bancaria bloccando la vendita all'asta dell'immobile. Procura della Repubblica di Torino Il Pubblico Ministero con provvedimento del 30 01 2015 ha disposto il Sequestro Preventivo in favore di una vittima di usura bancaria bloccando la vendita all'asta dell'immobile.[/caption]

Sequestro Preventivo in favore di una vittima di usura bancaria Procura della Repubblica di Torino Il Pubblico Ministero con provvedimento del 30 01 2015 ha disposto il Sequestro Preventivo in favore di una vittima di usura bancaria bloccando la vendita all'asta dell'immobile.

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