lunedì 30 novembre 2015

Bankitalia, Popolari e Coop:truffe e fallimenti

Bankitalia, Popolari e Coop: truffe e fallimenti

di Vladimiro Iuliano
23 ottobre 2015POLITICA
 
Prima o poi bisognerà togliere gli incapaci di sinistra dai posti cardine del mercato in Italia. Come si occupano di qualcosa, i sinistri sbagliano e fanno danno rendendo chiaro il disastroso intreccio della sinistra, tra banche e cooperative rosse con il corollario di professori di sinistra dell'università pubblica italiana, tutti a spese ed in danno degli italiani. Questi ultimi, gli italiani, pagano carissima sulla propria pelle l'incapacità di quelli.
Si veda il disastro di Mps gestita senza capacità alcuna dalla sinistra italiana o, da ultimo, l'intreccio collusivo tra le coop rosse e la Banca d'Italia con il governatore Ignazio Visco indagato adesso a Spoleto per truffa e corruzione in quanto, gestendo e non vigilando come da sua competenza, ha determinato il depauperamento degli italiani, ciò facendo insieme ai commissari e componenti del comitato di "sorveglianza" della Popolare di Spoleto, tutti inquisiti e passibili di condanne fino a sei anni di reclusione, Gianluca Brancadoro, Giovanni Boccolini, Silvano Corbella, Giovanni Domenichini, Stefano Lado, Giuliana Scognamiglio e Nicola Stabile. Visco è difatti subito corso a chiedere aiuto a Mattarella, il quale è, come è noto, in qualità di presidente della Repubblica, è anche a capo del Consiglio superiore della magistratura, organo per lo più di mancato controllo dei giudici il quale, stavolta, controllerà al contrario molto accuratamente i giudici di Spoleto che hanno avviato l'indagine.
Il fatto è che per la Popolare di Spoleto,nel 2014, è stato disposto dai commissari l'aumento di capitale di 140mila euro in favore del Banco Desio e della Brianza, attuale proprietario della popolare, ignorando peró la ben più interessante proposta della Nit holdings limited di Hong Kong, con 100 milioni di euro da dividere tra i soci, specificamente 21 mila piccoli azionisti. Il danno è evidente e la Banca d'Italia non può non risponderne. Oltretutto quella stessa Popolare nel 2010 aveva già avuto un altro scandalo sempre in danno degli azionisti, e precisamente essa era stata oggetto di una scalata "in offerta" cioè con soli 20 milioni circa a fronte di altra offerta ben più remunerativa di 73 milioni. L'offerta convenientissima era stata concessa a tal Clitumnus guidata dalla coop rossa Centro Italia e dalla fondazione di sinistra Cassa di risparmio di Perugia. Già allora la cosa aveva avuto odore di bruciato dato che amministratore e socio di Clitumnus è il professore pubblico universitario Francesco Carbonetti il quale guarda caso è il consuocero del procuratore Gianfranco Riggio il quale aveva azionato l'azione giudiziaria contro il presidente dell'istituto "fatto fuori" alla bisogna insieme ad altre 33 persone indagate con l'accusa di reati gravi quali associazione per delinquere finalizzata all'usura e alla bancarotta fraudolenta. Si tratta quindi di una gestione sinistra tipo quella della banca comunista Monte dei Paschi di Siena. Si pensi solo che prima del commissariamento la Popolare di Spoleto valeva oltre 150 milioni, dopo il "trattamento" della sinistra, sotto il "controllo" di Banca d'Italia inclusa, è stato il disastro e la miseria.
Altro bell'esempio di coop della sinistra scoppiata per mala gestione della sinistra stessa è la coop Di Vittorio che oggi è fallita dopo essere stata ben bene spennata e depauperata dagli amministratori sinistri che, con il consenso e forse la direzione stessa della politica di sinistra, per anni hanno nascosto gravi buchi di bilancio, lasciando oggi a casa 653 cittadini italiani oltre che alle imprese. Oggi è il fallimento, italiani a casa, e maxibuco di 42 milioni di euro. Questo è il prodotto e l'effetto della gestione degli incapaci della sinistra fallimentare.

fonte: opinione.it


domenica 29 novembre 2015

Il consigliere della Lega Claudio Borghi "Banca Etruria, salvataggioincostituzionale"

Il consigliere della Lega Claudio Borghi ha puntato il dito contro un provvedimento che ha azzerato i risparmi di 60mila azionisti dell'istituto


Il consigliere della Lega Claudio Borghi "Banca Etruria, salvataggio incostituzionale"
Il consigliere della Lega Claudio Borghi "Banca Etruria, salvataggio incostituzionale"

Il consigliere della Lega Claudio Borghi "Banca Etruria, salvataggio incostituzionale"


FIRENZE — All'inizio della seduta odierna del Consiglio regionale il numero uno della Lega nord in Toscana, Claudio Borghi, ha  chiesto di discutere del salvataggio deciso dal governo di Banca Etruria.

Richiesta negata dal presidente Eugenio Giani, visto che il Consiglio regionale era stato convocato urgentemente per trattare solo il tema dell'aeroporto di Firenze. In compenso Giani ha assicurato che l'argomento, altrettanto urgente, verrà affrontato nei prossimi giorni in Commissione.

Ed è li che Borghi chiederà al Consiglio di approvare una mozione che impegni la giunta a sollevare la pregiudiziale di costituzionalità per un decreto che, secondo la Lega, ha violato le norme che proteggono i risparmi dei cittadini.

"Ritengo urgente - ha detto Borghi - adottare tutti i provvedimenti del caso per salvaguardare ben 60 mila azionisti ed obbligazionisti dell'Istituto che sono stati pesantemente penalizzati da quanto deciso, a Roma, nei giorni scorsi".

"E' un vero e proprio salasso - aggiunge in una nota - per decine di migliaia di persone che si vedono, infatti, azzerate le azioni sottoscritte a suo tempo. Faremo il possibile affinché tale, grave problematica venga rapidamente risolta per tutelare i tanti toscani che sono vittime di quanto deciso dal Governo centrale"



CLAUDIO BORGHI SU SALVATAGGIO BANCA ETRURIA

fonte: toscanamedianews.it

sabato 28 novembre 2015

E se le piccole banche fossero state 'uccise' a discapito dei grandigruppi bancari?

A volte i fatti paiono accadere non per caso. A volte i fatti sembrano accadere per mano di alcune mani. Comprese quelle della provvidenza. E la questione si fa interessante non solo quando si parla di politica ma anche e soprattutto quando si parla di soldi e di banche in particolare.

E se le piccole banche fossero state 'uccise' a discapito dei grandi gruppi bancari? E se le piccole banche fossero state 'uccise' a discapito dei grandi gruppi bancari?

E se le piccole banche fossero state 'uccise' a discapito dei grandi gruppi bancari?


di : Antonio Del Furbo

L'estasi, poi, sale alle stelle se in tutto il caos di commissariamenti, inchieste e soldi ci si mette su una spruzzatina 'cattiva gestione' di dirigenti e direttori in ombra di intrallazzi. A quel punto il titolone per il giornalone giustizialista è fatto e la monnezza pronta per essere spalata sulla faccia del pubblico e del lettore ignorante (nel senso che ignora che possa esserci un'altra prospettiva nell'osservare i fatti).

Ve li ricordate i quattro 'centri del potere' economico del Centro Italia coinvolte in commissariamenti, ispezioni e inchieste? Erano loro: Banca Marche, dell'Etruria, Carife e Carichieti. Si è parlato, per tutte, di "una gestione quanto meno allegra e disinvolta del credito". Ovvero di:"prestiti a piene mani spesso decisi dai vecchi manager in assoluta solitudine e dati a clienti non meritevoli o peggio ad amici degli amici." 

Una gestione, insomma, che avrebbe portato le banche a un buco di bilancio, quindi a un commissariamento. Stesse motivazioni, stesse soluzioni.


Ma i parametri erano solo in negativo?

All'indomani del commissariamento della Carichieti, ad esempio, nel bilancio di fine anno 2009 i parametri gestionali erano nella norma e, nello specifico, in utile. Una banca a cui sono state contestate 'oscure' manovre sulla vicenda Merker ma in cui svolse compiti contabili e informativi. Un'operazione, tra l'altro, aperta e a cui parteciparono numerosi istituti di credito.

Perché Banca d'Italia interviene con un commissariamento in maniera così veloce e svendendo, di fatto, la banca? E perché, sempre Banca d'Italia, interviene con gli stessi metodi anche sulle altre banche?

Le domande, probabilmente, qualcuno già se le è poste e già l’ex presidente Mario Falconio presentò un ricorso straordinario al presidente della Repubblica in cui si avvalorava :"il sospetto, ormai diffuso nell’opinione pubblica e che ci si augura infondato, che la Carichieti sia stata commissariata nella logica 'dell’assorbimento' delle banche medio/piccole in gruppi bancari rispondenti a finalità di concentrazione, e non invece al fine, dichiarato, del ripristino di una gestione regolare."

Se si pensa che proprio a causa del commissariamento, la stessa Carichieti non poté partecipare a un programma di rifinanziamento della Bce che avrebbe permesso di ottenere fondi consistenti a crediti a favore di piccole e medie imprese, qualche dubbio ulteriore sulla metodologia Banca d'Italia si aggiunge.

Tant'è che a febbraio 2014 il Movimento 5 Stelle Abruzzo presentò un'interpellanza al governatore della Regione, Luciano D’Alfonso, per vederci chiaro sui commissariamenti di altre banche come Tercas e Caripe, oltre che di Carichieti.

"Le motivazioni del commissariamento dell'istituto sembrerebbero non idonee a giustificare tale provvedimento, che risulta abnorme e non proporzionale rispetto alle criticità contestate alla società bancaria" scrivevano i grillini. Un sospetto, quindi, che:"Carichieti sia stata commissariata in base ad una logica di razionalizzazione del sistema creditizio da realizzare previo assorbimento delle banche medio/piccole in gruppi bancari di grandi dimensioni". 

Un commissariamento fatto, pare di capire, non per l'avvio di un risanamento ma per 'ucciderla' a solo vantaggio di realtà economiche nazionali.

Altrimenti perché svendere un così ingente patrimonio? Se ne sarà accorto anche il governo che qualcosa non tornava? Chissà.

Oggi, guarda caso, è arrivata la notizia che le 4 banche commissariate (Carichieti, Cariferrara, Banca Marche e Banca Etruria) avranno l'opportunità di continuare a operare grazie all'apporto di 3,6 miliardi di euro, tutte sulle spalle del sistema bancario.

Via i crediti 'sofferenti' e via verso la cessione. Obiettivo: massimizzazione del prezzo di vendita.

Altra domanda: perché il governo ha dato il via libera a questa operazione? Se tutto passa nelle mani dei grandi istituti finanziari, cosa rimarrà della piccola e media impresa locale?



fonte: zonedombratv.it

venerdì 27 novembre 2015

Banca Marche, in 40mila hanno perso tutto

Il presidente dei piccoli azionisti Bruno Stronati: "Una condanna a morte e una rapina ai cittadini"

[caption id="attachment_4054" align="alignnone" width="300"]Banca Marche, in 40mila hanno perso tutto Banca Marche, in 40mila hanno perso tutto[/caption]

Banca Marche, in 40mila hanno perso tutto


Ancona, 24 novembre 2015 - «Una rapina, così hanno tradito la nostra buona fede e si sono firmati la condanna a morte». E’ infuriato Bruno Stronati, il presidente dei piccoli azionisti di Banca Marche i quali (40mila in tutto) con l’operazione di salvataggio nella prima vera domenica fredda della stagione hanno visto liquefarsi, in un secondo, tutti i loro risparmi.

Nel ‘day after’ lo studio dell’ing Stronati il telefono squilla in continuazione: «Il telefono è incandescente, da stamattina non smette di suonare. Una signora singhiozzava, ha perso tutto. Padre e figlio insieme hanno perso otto milioni di euro. Come azionisti privati avevamo 409 milioni e 412mila azioni a fine dicembre del 2012 (su un totale di 1,3 milioni di azioni). Lacrime e sangue. Avevamo considerato che lasciando appena 3 centesimi ad azione (alcune sono state acquistate a 2,65 euro) sarebbe rimasto un valore complessivo di poco più di 38milioni di euro (erano 279 milioni quando ad agosto 2014 le azioni sono state bloccate a 0,52), considerato che le tre banche hanno investito 1,2 miliardi, sarebbe stati poco più che bruscolini che avrebbero portato frutti in futuro. Così invece noi azionisti privati difficilmente metteremo più nulla. E siamo tanti, la banca così è destinata a morire».

«Molti – aggiunge Stronati – avevano acquistato le azioni caldeggiate da funzionari e dipendenti, come soci avrebbero avuto una via preferenziale dicevano nelle pratiche in caso di finanziamento. E’ assurdo: avevano garantito a noi ma anche al governatore Ceriscioli che stavano lavorando per salvaguardare gli azionisti e questo è il risultato. Abbiamo convocato un’assemblea straordinaria per il 10 dicembre e già domani (oggi, ndr) ci incontreremo per valutare il da farsi. Credo che, parallelamente all’inchiesta giudiziaria, punteremo tutto sulla class action verso gli ex amministratori che hanno portato la banca al dissesto. Chiederemo conto pure di due anni e mezzo di commissariamento».

«Banca Marche era la cassaforte di famiglia» riferisce uno di loro Alberto Andreoli, titolare dell’omonima agenza immobiliare. Lui parla di «tragedia per il territorio che avrà una ripercussione e un danno oggettivo che nessuno ha calcolato. Nessuno ci ha considerati - aggiunge -. Io personalmente sono un imprenditore con otto dipendenti e perdite di questo calibro non potranno non ripercuotersi sull’economia e sulla città, sull’intera regione». Umori altalenanti nelle filiali ieri mattina. «Questo non è un salvataggio, ma un sequestro dei cittadini. Ho perso i risparmi di una vita». Settantatre anni, ingegnere in pensione, il signor Vincenzo Maria da Jesi è sul piede di guerra. Lascia l’ombrello nell’atrio: «Sono una persona pacifica, io» e si dirige agguerrito verso lo sportello della sede di Corso Matteotti a Jesi della Nuova Banca delle Marche spa. Correntista da un trentennio è Gian Battista, 64 anni: «Vecchia o nuova, per me è sempre la stessa. E tra pochi giorni mi concederà un mutuo».

di SARA FERRERI

fonte: ilrestodelcarlino.it

giovedì 26 novembre 2015

La rabbia dei clienti: "Banca Etruria salvata con i nostri risparmi"

«Banca Etruria l'abbiamo salvata io e mia madre che in una notte abbiamo visto evaporare 100mila euro.  Esplode la rabbia dei clienti. Il valore dei bond subordinati degli istituti di credito salvati dal governo è stato azzerato. Una "trappola" che coinvolge 5 mila persone




[caption id="" align="alignnone" width="665"]La rabbia dei clienti: "Banca Etruria salvata con i nostri risparmi" La rabbia dei clienti: "Banca Etruria salvata con i nostri risparmi"[/caption]

La rabbia dei clienti: "Banca Etruria salvata con i nostri risparmi"


Banca Etruria l'abbiamo salvata io e mia madre che in una notte abbiamo visto evaporare 100mila euro. 



Che ora sono diventati carta straccia». Letizia Giorgianni è originaria di Montepulciano e con la mamma Sonia è una dei migliaia di risparmiatori che hanno sottoscritto in passato un bond subordinato con la banca aretina. E come tale, è rimasta col cerino in mano. Anche a Letizia e Sonia è stato chiesto il conto del salvataggio dell'Etruria, di Banca delle Marche, Carife e Carichieti varato domenica da Palazzo Chigi. Il paracadute aperto dalle big del credito arrivate in soccorso del governo - si vedrà poi in cambio di quali, effettive, contropartite - salva infatti i correntisti e chi possiede obbligazioni ordinarie (che non saranno più al riparo dal gennaio 2016 quando scatteranno le nuove regole sul cosiddetto bail-in). Ma lascia fuori i possessori di bond subordinati per i quali il valore è stato semplicemente azzerato. O meglio, sacrificato sull'altare di chi ha portato l'Etruria sull'orlo del dissesto fino al commissariamento deciso da Bankitalia.

Chi paga? «Noi, di sicuro», risponde Letizia che sul bond ha investito 25mila euro mentre altri 70mila erano stati messi dalla madre Sonia. Era stata quest'ultima, nel 2008, a sottoscrivere l'obbligazione con scadenza 30 ottobre 2016 a un tasso di rendimento al 7%, consigliata dal consulente finanziario della banca di famiglia. «Sono correntista da anni, mi avevano detto che era a basso rischio, di non preoccuparmi anche se si trattava dei risparmi di una vita. Nessuno mi ha spiegato che poteva fallire la banca! E comunque la banca non è fallita, perché è proprio questo il paradosso», dice Sonia. Per la signora era soltanto un codice (l'Isin, usato per identificare i titoli, che in questo caso era l'It0004119407). Nel luglio scorso, con l'istituto commissariato, si è accorta che stava perdendo circa 12mila euro. «Sono andata personalmente in banca ma mi è stato detto di stare tranquilla, che il bond sarebbe stato rimborsato a scadenza».

Poi, ieri mattina, è arrivata una telefonata dalla filiale. «Il direttore ci ha detto che i soldi servivano per risanare il debito e quindi se fossimo andate a ritirarli non li avremmo trovati. L'ha definita una mossa politica del governo quasi per giustificarsi», racconta la figlia Letizia. Che non si spiega perché un contratto firmato fra due parti - come quello su un bond - sia stato disatteso. «Di solito chi non rispetta i patti deve pagare e qui, invece, a rimetterci siamo state noi».Sonia e Letizia non hanno ancora deciso se rivolgersi a un avvocato. Ma nella loro stessa situazione, secondo le stime dell'associazione amici di Banca Etruria guidata da Vincenzo Lacroce (per oltre vent'anni ispettore di Bankitalia), sono circa 5mila obbligazionisti subordinati, un terzo dei 15mila bondisti delle quattro banche da «salvare». Alle nove obbligazioni subordinate emesse dall'Etruria per un totale di circa 375 milioni si aggiungono infatti le quattro di Banca Marche (205 milioni) e le tre di Carife (148 milioni) per un controvalore complessivo di quasi 730 milioni di euro. Tutte rimaste nella «bad bank» aretina.

Dietro a queste cifre ci sono risparmi, sacrifici e soprattutto persone. Che potrebbero promuovere una class action: mentre anche la politica locale comincia ad alzare la voce. Ieri il consigliere regionale della Lega Nord e portavoce dell'opposizione nell'assemblea toscana, Claudio Borghi, ha annunciato una mozione urgente chiedendo di adottare tutti i provvedimenti del caso per salvaguardare «decine di migliaia di persone» rimaste «vittime di quanto deciso dal governo». Chissà se anche Pierluigi Boschi, papà del ministro nonché ex vicepresidente dell'Etruria, ha investito in un bond subordinato della banca che ha amministrato fino al commissariamento. E chissà se la figlia si è liberata delle 1.557 azioni dell'Etruria per un valore complessivo 1.100 euro dichiarate nel 2014. Di certo, quei titoli - già sospesi da febbraio a Piazza Affari - ora valgono zero e sono di proprietà di una società destinata alla tomba.

 

fonte: ilgiornale

mercoledì 25 novembre 2015

Circuì 89enne prima che lei morisse? Indagato un funzionario di banca

MAGLIE (Lecce) – Non sarà archiviato il procedimento su un presunto caso di circonvenzione d’incapace ai danni di un’anziana di Maglie. Con un’apposita ordinanza, il gip Carlo Cazzella ha infatti accolto l’opposizione alla richiesta di archiviazione discussa nei giorni scorsi dall’avvocato Arcangelo Corvaglia disponendo che il pm iscriva nel registro degli indagati il nome di un funzionario di banca proprio con l’accusa di circonvenzione d’incapace.

AULA TRIBUNALE







Circuì 89enne prima che lei morisse? Indagato un funzionario di banca


MAGLIE (Lecce) – Non sarà archiviato il procedimento su un presunto caso di circonvenzione d’incapace ai danni di un’anziana di Maglie. Con un’apposita ordinanza, il gip Carlo Cazzella ha infatti accolto l’opposizione alla richiesta di archiviazione discussa nei giorni scorsi dall’avvocato Arcangelo Corvaglia disponendo che il pm iscriva nel registro degli indagati il nome di un funzionario di banca proprio con l’accusa di circonvenzione d’incapace.

L’inchiesta è stata avviata dopo la denuncia presentata dal beneficiario della polizza. Nel 2002, Ginevra Rocca De Toraldo (questo il nome della vittima) aveva nominato l’uomo legato a lei da un rapporto di profondo affetto risalente nel tempo come unico beneficiario di una polizza vita del valore di 200mila euro. Il giorno della sua morte, avvenuta nel maggio del 2014 alla veneranda età di 89 anni, giunge la notizia del tutto inattesa.

Diciannove giorni prima del decesso la pensionata aveva interamente riscattato la somma lasciando quindi il designato erede senza un centesimo. A detta del denunciante, la copia del riscatto presentava solo il timbro della banca ed una sigla illeggibile. Alcuni impiegati di banca avrebbero riferito che l’8 maggio, 19 giorni prima della morte, l’anziana si sarebbe personalmente presentata in banca per effettuare il riscatto ma una signora deputata alla sua assistenza avrebbe invece precisato che quel giorno la pensionata non si sarebbe mossa da casa. A suo dire, invece, un ragioniere della banca si sarebbe recato da lei per questioni relative al rapporto bancario. Interpellato dall’uomo, il ragioniere avrebbe sostenuto che l’anziana avrebbe riscattato la polizza per effettuare investimenti. Per il gip, tutto falso. E ora ha disposto l’iscrizione nel registro degli indagati del funzionario.

fonte:  corrieresalentino.it

 

martedì 24 novembre 2015

Maxi inchiesta Carim: fissata per l’8 marzo prossimo l’udienza preliminare

E’ stata fissata l’udienza preliminare per gli ex vertici di banca Carim rinviati a giudizio: si terrà alle 9.30 dell’8 marzo prossimo. Le posizioni di partenza sono diversificate per i 23 fra amministratori, consiglieri e revisori che hanno tenuto le redini dell’istituto di credito




[caption id="attachment_4925" align="alignnone" width="300"]Maxi inchiesta Carim: fissata per l’8 marzo prossimo l’udienza preliminare Maxi inchiesta Carim: fissata per l’8 marzo prossimo l’udienza preliminare[/caption]

Maxi inchiesta Carim: fissata per l’8 marzo prossimo l’udienza preliminare


Giuliano Ioni, all’epoca presidente del cda, il direttore generale, Alberto Martini e il vice direttore generale Claudio Grossi, sono accusati di essersi associati fra loro “allo scopo di commettere un numero indeterminato di reati societari” e di avere costituito “un’organizzazione delinquenziale operante negli organi direttivi” della banca. Di avere favorito, nella concessione delle linee di credito rilasciate da Carim, “soggetti e gruppi societari da tempo insolventi”, senza evidenziare nei bilanci le perdite maturate “avallando stime e valutazioni palesemente non corrispondenti alla reale situazione del credito”. Il pm Luca Bertuzzi elenca anche la registrazione in bilancio di utili inesistenti ma distribuiti agli azionisti, l’acquisto di 1 milione 300 mila azioni ad un prezzo illecitamente maggiorato e altro.
Sono invece usciti di scena gli ex commissari di Banca d’Italia, Sora e Carollo (che in un primo momento erano stati iscritti nel registro degli indagati per indebita restituzione dei conferimenti) ma resta lungo elenco delle persone coinvolte: Giuliano Ioni, Alberto Martini, Claudio Grossi, appunto. E poi Luciano Liuzzi, Mauro Gardenghi, Franco Paesani, Raffaele Mussoni, Vincenzo Leardini, Fabio Bonori, Ulderico Vicini, Roberto Ferrari, Mauro Ioli, Gianfranco Vanzini, Bruno Vernocchi, Gianluca Spigolon, Giancarlo Mantellato, Attilio Battarra, Alduino Di Angelo, Claudio Semprini Cesari, Massimo Conti, Giuseppe Farneti, Marcello Pagliacci, Bruno Piccioni.
Anche ai consigli di amministrazione che hanno approvato il bilancio chiuso al 31 dicembre 2009 e la semestrale al 30 giugno 2010 viene contestato di non avere effettuato accantonamenti per rischi sui crediti (inducendo pertanto in errore i soci e il pubblico “sulla reale situazione finanziaria e patrimoniale della banca”), nel primo caso per oltre 35 milioni di euro e nel secondo per oltre 29 milioni. Se lo avessero fatto – ne è convinta la procura – si sarebbe azzerato il risultato positivo indicato in bilancio ed anzi sarebbe maturata una perdita. Ma così facendo avrebbero procurato un danno patrimoniale alla società, ai soci e ai creditori non inferiore a oltre 18 milioni di euro (per il cda che ha approvato il bilancio 2009) e di oltre 10 milioni per l’altro cda.
Le parti offese nel procedimento sono invece l’ex comandante provinciale della Guardia di finanza Enrico Cecchi, che in buona parte è all’origine del terremoto giudiziario che ha investito la Cassa di Risparmio di Rimini, il Comitato di tutela dei piccoli azionisti e una risparmiatrice cattolichina.

fonte: riminiduepuntozero.it

lunedì 23 novembre 2015

Bce Draghi contro la deflazione: tutto il necessario non basta più

Draghi ha perso il suo magic touch? I suoi impegni solenni lasciano le prime pagine dei giornali e i pensieri dei trader


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 BCE  Draghi contro la deflazione: tutto il necessario non basta più


Bce  Draghi contro la deflazione: tutto il necessario non basta più


Un paio di anni fa questo articolo sarebbe stato in prima pagina e molto più lungo. Perché la notizia pare di quelle epocali. Ieri il presidente della Banca centrale europea ha detto: “Se decidiamo che l’attuale traiettoria della nostra azione non è sufficiente a raggiungere l’obiettivo (l’inflazione al 2 per cento annuo, ndr), faremo tutto quello che dobbiamo per alzare l’inflazione il più in fretta possibile”. In inglese: “We will do what we must”, che assomiglia molto a quel “whatever it takes”, la promessa di fare tutto il necessario, del famoso discorso del 26 luglio 2012, quando Draghi fermò con la sola forza delle parole il panico attorno all’euro.

Alla riunione del Consiglio dei governatori di dicembre, come molti si aspettano, la Bce potrebbe quindi potenziare il suo bazooka anti-deflazione: aumentare gli acquisti mensili da 60 miliardi, allargarne la gamma, prolungare la scadenza (prevista, ma non vincolante, per settembre 2016), aumentare la penalità per le banche che tengono immobilizzati i capitali presso Francoforte invece che metterli in circolo. Ieri, le Borse e il cambio euro-dollaro hanno reagito restando praticamente piatti, dopo qualche sussulto.

Draghi ha perso il suo magic touch? I suoi impegni solenni lasciano le prime pagine dei giornali e i pensieri dei trader per colpa dei numeri: l’inflazione annuale nell’eurozona è sempre inchiodata, allo 0,1 per cento. Nonostante gli sforzi della Bce e di Draghi in persona. La politica monetaria ha fallito? Nel suo discorso Draghi sostiene di no: ha fatto quello che poteva, il Quantitative easing ha spinto in alto i valori di immobili e titoli azionari (creando un “effetto ricchezza” che può spingere i consumi), ha ridotto i costi di finanziamento deprimendo i tassi di interesse da pagare, le imprese piccole e grandi trovano credito più a buon mercato. E i rischi di finanziamenti troppo generosi a chi non li merita sono contenuti grazie alla nuova vigilanza europea sulle banche. La domanda, quindi, per Draghi non è se il Quantitative easing funziona. Ma se è grande abbastanza.

Il vicedirettore della Banca d’italia, Fabio Panetta, in un intervento presentato ieri ha mostrato però un po’ meno certezze. Il Qe funziona, ma nessuno sa esattamente stimare come: i meccanismi di trasmissione nel mercato finanziario sono prevedibili, quelli dalla finanza all’economia reale molto meno. I critici dicono che il Qe aiuta i ricchi (che hanno asset finanziari e case), tiene in vita imprese decotte, incentiva i governi a rinviare misure di aggiustamento inevitabili. E che forse l’inflazione bassa non è un problema ma, essa stessa, uno stimolo all’economia. L’ex presidente della Federal Reserve americana, Ben Bernanke, ha elaborato un suo test per misurare l’efficacia del Qe: “Se il lavoratore medio avesse la scelta tra lo status quo (le attuali politiche della Banca centrale) e una situazione con mercato del lavoro più debole e prezzi delle azioni più bassi, cosa sceglierebbe?”. Le cose non vanno bene, ma senza Qe andrebbero peggio. Poco scientifico ma chiaro. Panetta dice però che i banchieri centrali non sanno bene chi ci guadagna e chi perde davvero. La redistribuzione è la specialità dei politici, non della Bce.

E il vero problema di Draghi è proprio questo. La Bce ha fatto la sua parte, ora toccherebbe ai governi. Ma, come scrive l’economista Innocenza Cipoletta nella newsletter InPiù, che senso ha una politica monetaria espansiva in un momento in cui i vincoli europei di bilancio continuano a imporne una fiscale restrittiva?

di   il Fatto Quotidiano, 21 novembre 2015

domenica 22 novembre 2015

Governo-Bankitalia in campo per Carife

Colpo di scena: niente Fondo interbancario, il salvataggio riguarderà forse una “good bank” più piccola. Soldi da trovare

[caption id="" align="alignnone" width="558"]Governo-Bankitalia in campo per Carife Governo-Bankitalia in campo per Carife[/caption]

Governo-Bankitalia in campo per Carife


Scusate, su Carife abbiamo scherzato. Decine di pagine di giornale, le delibere dell’assemblea dei soci del 30 luglio, un fiume di dichiarazioni pubbliche che comprendono l’ultima, datata appena tre giorni fa, del presidente dell’Associazione bancaria italiana, Antonio Patuelli, a garanzia del fatto che il Fondo interbancario sarebbe intervenuto a salvare la cassa ferrarese e gli altri tre istituti in crisi, nonostante l’opposizione dell’Europa. Tutto spazzato via da 24 ore che hanno cambiato completamente le carte in tavola: per salvare le quattro banche dovrà convocarsi il governo in seduta straordinaria, di domenica pomeriggio, e affidarsi direttamente a Bankitalia. Di fatto viene azzerato il lavoro svolto finora soprattutto da Carife, che come noto ha da mesi varato l’aumento di capitale da 300 milioni per consentire un ingresso del Fitd che, a questo punto, non avverrà. Lo strumento di salvataggio sarà un altro, l’Autorità nazionale di risoluzione delle crisi bancarie appena istituita da Bankitalia e guidata da Stefano De Polis, che avrebbe dovuto prioritamente occuparsi dei piani di risoluzione di Intesa, Unicredit e Mps, ma sarà chiamato a risolvere entro fine anno il problema di Carife e delle altre. L’Autorità disporrà di Fondo di risoluzione nazionale (istituto che si affianca al Fondo di garanzia dei depositi delle banche) che dovrà chiedere subito il contributo 2015 alle banche italiane: il contributo e' pari all'1% dei depositi protetti, circa 500 milioni.

E qui si pone il primo problema, visto che l’importo complessivo per il salvataggio delle quattro banche (Banca Marche, Etruria e Carichieti le altre) era stimato attorno a 2,2 miliardi. Si torna quindi a parlare di conversione di una parte delle obbligazioni subordinate, e poi dell’intervento dello Stato, che la direttiva Ue appena recepita dall’Italia mette all’ultimo posto tra i possibili strumenti. Questa parte, tra l’altro, non è stata inserita nella normativa di recepimento, ma basterebbe un decreto legge ad hoc, come ipotizzava ieri il Sole 24 Ore, di qui l’esigenza di un Consiglio dei ministri straordinario. L’idea di base sarebbe di costituire quattro bad bank in cui far confluire i crediti deteriorati, e altrettante good bank, più piccole di quelle attuali, da rilanciare per poi rimettere sul mercato.

In ogni caso Carife finisce in pieno nel calderone delle altre banche, perdendo così il vantaggio dei 300 milioni di euro già stanziati dal Fondo interbancario. «La banca è salva» è l’sms arrivato ieri sera sul telefonino di uno dei “lobbisti” ferraresi impegnati sul fronte Carife, ed è senz’altro rassicurante che Renzi in persona si stia occupando della salvezza di questi piccoli istituti di credito. Non si può che rimanere sconcertati, però, di come si è dipanata questa vicenda, e del resto è rimasto senza parole lo stesso Riccardo Maiarelli, presidente della Fondazione, «posso solo dire che non abbiamo informazioni dirette su quanto sta succedendo».

fonte: lanuovaferrara  di: Stefano Ciervo

sabato 21 novembre 2015

Tribunale di Pescara: Banca Condannata a Restituire EURO 428.000 perAnatocimo

Il Giudice con sentenza n.1276 15 del 23 07 2015, condanna una primaria banca alla restituzione di euro 428464,98 alla società, revoca il decreto ingiuntivo avanzato dalla banca, dichiara l’illegittimà della segnalazione del nominativo degli opponenti alla Centrale Rischi e, per l’effetto, ordina l’immediata cancellazione, condanna per colpa grave e risarcimento danni la banca al pagamento nei confronti della società di euro 40000,00, condanna la banca al pagamento delle spese processuali in favore degli opponenti alla somma di euro 21387,00.


TRIBUNALE DI PESCARA: BANCA CONDANNATA A RESTITUIRE EURO 428.000 PER ANATOCISMO
TRIBUNALE DI PESCARA: BANCA CONDANNATA A RESTITUIRE EURO 428.000 PER ANATOCISMO

TRIBUNALE DI PESCARA: BANCA CONDANNATA A RESTITUIRE EURO 428.000 PER ANATOCISMO


Tribunale di Pescara: Il Giudice con sentenza n.1276 15 del 23 07 2015, condanna una primaria banca alla restituzione di euro 428464,98 alla società, revoca il decreto ingiuntivo avanzato dalla banca, dichiara l’illegittimà della segnalazione del nominativo degli opponenti alla Centrale Rischi e, per l’effetto, ordina l’immediata cancellazione, condanna per colpa grave e risarcimento danni la banca al pagamento nei confronti della società di euro 40000,00, condanna la banca al pagamento delle spese processuali in favore degli opponenti alla somma di euro 21387,00.

La Banca aveva presentato un decreto ingiuntivo nei confronti dell’azienda, al fine di recuperare il credito (almeno apparente) che vantava nei suoi confronti. Il Giudice, dopo aver verificato i conteggi attraverso l’ausilio di un consulente tecnico, anziché ordinare al cliente di pagare il debito verso la Banca, ha ordinato alla Banca di restituire la somma di Euro 428.000, in forza delle irregolarità compiute dalla Banca.

Non sempre un decreto ingiuntivo presentato dalla Banca risulta fondato, sia nella legittimità della richiesta che negli importi oggetto della pretesa. Sovente accade che l’azienda risulta essere a credito verso la Banca anziché a debito, e per giunta per importi molto rilevanti.

È consigliabile , pertanto, di verificare la correttezza dei contratti bancari e delle condizioni effettivamente applicate all’azienda, sia su conti correnti che sui mutui, sui leasing e sugli strumenti derivati. Una perizia analitica e ben fondata può mettere in seria difficoltà la Banca, permettendo al cliente addirittura di ribaltare la situazione e recuperare importi rilevanti.

La Banca aveva presentato in giudizio, nei confronti di un’azienda correntista, un decreto ingiuntivo per Euro 131.570,85: l’importo derivava in parte dal debito di un finanziamento chirografario stipulato per ripianare l’esposizione debitoria sul conto corrente intrattenuto con la stessa Banca, ed in parte dal debito generato da anticipi su fatture non pagate alla scadenza, secondo quanto previsto nell’ambito dell’affidamento concesso.
Il cliente, opponendosi al decreto ingiuntivo, ha richiesto al Giudice la revoca del decreto ingiuntivo sulla base di irregolarità rintracciate nel rapporto di conto corrente oggetto di vertenza, in essere sin dagli anni Novanta.
Il Consulente Tecnico d’Ufficio, incaricato dal Giudice di stabilire la reale consistenza del debito del cliente, ha totalmente invertito la situazione “debito-credito” tra azienda e Banca, avendo ravvisato la nullità di  numerose clausole contrattuali a causa dei seguenti motivi:
(1) illegittimo rinvio ai cd. “usi piazza” (condizioni abitualmente praticate sul mercato per prodotti analoghi);

(2) illegittima capitalizzazione degli interessi (capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori a fronte di una capitalizzazione annuale degli interessi creditori);
(3) mancanza di una valida pattuizione delle CMS ed altri oneri e spese, applicati ma non espressamente pattuiti.

Una volta depurato il conto dell’azienda dalle somme ingiustamente addebitate, l’effettivo saldo è risultato in un credito dell’azienda nei confronti della Banca di ben Euro 428.464,98, anziché del debito per il quale era stato richiesto dalla Banca il decreto ingiuntivo.

In conseguenza di ciò, il Giudice ha condannato la Banca alla restituzione della somma di Euro 428.464,98 oltre  interessi legali, unitamente al risarcimento dei danni nei confronti del cliente – liquidati in ulteriori Euro 40.000 – a causa dell’illegittima segnalazione in Centrale Rischi effettuata dalla Banca, segnalazione che pertanto dovrà essere cancellata.

Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca unasoluzione

Banche in crisi: Il governo sta pensando ad un nuovo provvedimento per risolvere il problema delle sofferenze bancarie legato ai prestiti datati.

[caption id="attachment_5229" align="alignnone" width="242"]Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca una soluzione Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca una soluzione[/caption]

Abi, le banche hanno 200 miliardi di sofferenze: il governo cerca una soluzione


articolo di : Iole Veltri

Che le banche non vivessero proprio un bel periodo ce ne eravamo accorti ma addirittura che a settembre avessero in pancia 200 miliardi di euro di sofferenze è un risultato negativo che da tempo, precisamente già da 20 anni non si registrava nel settore bancario. E' quanto emerge dal rapporto mensile dell'Abi secondo cui le sofferenze nette sul totale dei prestiti sono aumentate rispetto a quelle dei mesi precedenti. Ma il problema non è solo questo perché a livello europeo, dopo una recente indagine della Bce che ha coinvolto anche 13 istituti italiani, vigilati da Francoforte, è emerso che ciò che sta mettendo in ginocchio molti istituti bancari riguarda in realtà l’organizzazione del governo societario delle banche. La Bce infatti, anche alla luce dei recenti scandali che hanno coinvolto in prima persona addirittura il governatore di Bankitalia, Visco, indagato in relazione alla vendita della Banca di Spoleto, ha lanciato un monito a tutte le banche italiane affinché trovino una soluzione non solo all’enorme quantità di debiti non pagati, ma anche al sistema della "governance interna" sempre più interessata da casi di "mala gestio finanziaria".



Timidi segnali di ripresa all’orizzonte


E se da una parte c’è un declino non solo finanziario, ma anche in termini di onorabilità del mondo bancario, dall’altra timidi segnali di ripresa vengono alla luce, in relazione ai prestiti bancari concessi a famiglie e imprese e al boom delle erogazioni dei mutui. Nel bollettino mensile l’Abi menziona riguardo ai finanziamenti alle imprese un bel + 16,2% rispetto al periodo dell'anno precedente. Anche sul fronte dei prestiti alle famiglie ad agosto l’Abi registra una ripresa rispetto ai mesi scorsi ma lo stock degli impieghi a queste categorie a settembre mantiene un minimo segno meno: il calo delle erogazioni di denaro a famiglie e società non finanziarie è infatti dello 0,3%. Il totale dei prestiti al settore privato e alla pubblica amministrazione, invece, conferma il segno più a settembre (+0,26%).

Da registrare anche il dato relativo ai tassi sui mutui che sono scesi ai minimi storici. E se a fare da padrone è sempre il tasso fisso che rispetto a quello variabile viene preferito dai mutuatari in 2 casi su tre, il tasso dei mutui concessi alla famiglie registra una discesa pari al 2,66% (2,81% in agosto). Ciò ha consentito di fare in modo che da gennaio a settembre di quest’anno i nuovi mutui relativi all’acquisto di immobili crescessero del 92,1%. Questo segnale positivo è frutto anche di una politica che mira a far ripartire l’economia del mattone oramai da lungo tempo bistrattata dalle molteplici tasse, che scoraggiano gli investimenti nel settore case.

Il governo pensa ad un decreto per risolvere le sofferenze bancarie


Per quanto riguarda la raccolta bancaria, l'Abi segnala che mentre ancora in forte contrazione rimane la dinamica delle obbligazioni (13,8 per cento), i depositi sono cresciuti del 3,3 %. Intanto il governo, dopo una serie di consultazioni avvenute nei giorni scorsi con i vertici delle principali banche italiane ed anche Banca d’Italia, sta pensando di risolvere con una soluzione di sistema la questione delle sofferenze bancarie. Lo stesso governo, che si riunirà nei prossimi giorni in Consiglio dei Ministri, potrebbe affrontare il tema caldo del mercato "dell'incaglio bancario" attraverso l’emanazione di un decreto che riguarderà inoltre ii salvataggio bancario di Banca Marche, Cari Chieti, Banca Etruria e banca Cari Ferrara.

venerdì 20 novembre 2015

Mutuo invalido se finalizzato ad acquisto di prodotti finanziari della stessa banca di dubbia redditività

Cassazione Civile, Sezione Sesta, ordinanza 30/09/2015 n° 19559 E' invalido il mutuo concesso al cliente, il quale, con tale erogazione, acquista prodotti finanziari a fini previdenziali di dubbia redditività, emessi dalla stessa banca.

[caption id="attachment_3037" align="alignnone" width="300"]Mutuo invalido se finalizzato ad acquisto di prodotti finanziari della stessa banca di dubbia redditività Mutuo invalido se finalizzato ad acquisto di prodotti finanziari della stessa banca di dubbia redditività[/caption]

Mutuo invalido se finalizzato ad acquisto di prodotti finanziari della stessa banca di dubbia redditività


La Cassazione ha stabilito che è in contrasto con i principi generali ricavabili dagli artt. 47 e 38 della Costituzione il contratto atipico mediante il quale la banca concede un mutuo ad un cliente per compiere operazioni di elevato rischio e dubbia redditività, ad esclusivo discapito del cliente - benché appartenenti alla stessa banca -,  e diversamente prospettati come rispondenti ad esigenze di previdenza complementare.

Il prodotto finanziario era stato presentato o proposto come “piano pensionistico integrativo a profilo di rischio molto basso e con possibilità di disinvestire in qualunque momento, senza alcun onere”: ne discende il coinvolgimento di principi fondamentali dell'ordinamento quali  gli artt. 38 e 47 della Costituzione, in punto di tutela del risparmio e di incoraggiamento delle forme di previdenza ance privata, che comporta anche la tutela dai caratteri decettivi o da rischi eccessivi rispetto alla finalità di assicurarsi un sostegno per il tempo in cui saranno venuti a cessare i redditi ordinari da attività di lavoro od impiego od impresa o professione

La Cassazione afferma che ritenere eliminata la passività dell’investitore per la sola facoltà di recedere integralmente in qualunque momento è un’evidente forzatura, attesa la rigidità ed il carattere complessivo dell’alternativa e la persistente impossibilità, per il cliente, di influire sulle concrete modalità di gestione, lasciate alla banca fin dal momento della composizione dei fondi di investimento e quindi di determinazione del relativo rischio con atto unilaterale del finanziatore anche in potenziale conflitto di interessi.

Un secondo monito della Cassazione è quello di inquadrare l'illecito non già nei due rispettivi scopi del contratto, ma nella commistione di entrambi.

Infatti, l’illecito non riguarda né il trasferimento del rischio dell’oscillazione del valore dei fondi né quello della insolvenza del cliente, in sé astrattamente legittimi, ma la commistione di essi e la finalizzazione dell’uno all’altro: combinazione che finisce con l’attribuire alla banca, a fronte della convinzione di controparte di avere assunto ragionevoli prospettive di investimenti a fini di previdenza complementare, appunto, il vantaggio della garanzia patrimoniale generale del cliente in ordine a quei titoli che essa stessa può avere individuato, soprattutto se in conflitto di interessi e se in concreto destinati ad esiti finanziari infausti o rovinosi.

A fondare il complessivo giudizio di non meritevolezza della causa concreta è la considerazione:

a) del prepotere della finanziatrice, consistente nella concessione ad essa della facoltà di unilaterale e discrezionale determinazione della composizione dei fondi, anche in posizione di conflitto di interesse e segnatamente, potendo così essa, in teoria o in astratto, includervi titoli di redditività particolarmente dubbia;

b) dell’evidente rigidità del contestuale finanziamento concesso, soprattutto se a tasso fisso e senza possibilità di modificarlo in corso di rapporto, per un tempo ragguardevole;

c) delle finalità della controparte del piano come sollecitazione o valida considerazione delle sue aspettative di natura lato sensu previdenziale.

 

fonte: altalex.com

Ok alla confisca per la banca che opera interessi illegittimi

La banca finisce sotto inchiesta per usura aggravata, e il sequestro finalizzato alla confisca, dopo la denuncia di due aziende che sostenevano di aver pagato interessi oltre la soglia, è stato autorizzato. Questo nella sentenza del 17 novembre 2015, n. 45642, con la quale i Giudici della Cassazione hanno condannato la banca, la quale sosteneva come la confisca, e prima ancora il sequestro, poteva essere disposta solo se il debitore avesse rimborsato il capitale che gli era stato erogato, e corrisposto tanto gli interessi legittimi quanto quelli oltre soglia.

Consulente di Parte Srls
 Ok alla confisca per la banca che opera interessi illegittimi

Ok alla confisca per la banca che opera interessi illegittimi


La banca finisce sotto inchiesta per usura aggravata, e il sequestro finalizzato alla confisca, dopo la denuncia di due aziende che sostenevano di aver pagato interessi oltre la soglia, è stato autorizzato. Questo nella sentenza del 17 novembre 2015, n. 45642, con la quale i Giudici della Cassazione hanno condannato la banca, la quale sosteneva come la confisca, e prima ancora il sequestro, poteva essere disposta solo se il debitore avesse rimborsato il capitale che gli era stato erogato, e corrisposto tanto gli interessi legittimi quanto quelli oltre soglia.

“Corretto è il richiamo all’assunto di questa Corte Suprema – si legge in sentenza – secondo il quale in tema di usura, il profitto confiscabile ai sensi dell’art. 644 c.p., ultimo comma (sull’usura, per l’appunto, ndr), identificandosi secondo la generale nozione di profitto del reato nell’effettivo arricchimento patrimoniale già conseguito, ed in rapporto di immediata e diretta derivazione causale dalla condotta illecita concretamente contestata, coincide con gli interessi usurari concretamente corrisposti”.

Tale principio, hanno illustrato gli Ermellini, deve essere completato con quanto emerso dalla sentenza menzionata, riassunto nella massima relativa secondo la quale devono essere intesi nel concetto di interessi usurari concretamente corrisposti anche quelli “eventualmente corrisposti”; e ciò anche con la consegna di titoli a credito, essendo invece irrilevante che questi ultimi siano stati utilizzati o riscossi. Gli Ermellini hanno evidenziato esattamente quanto denunciato dalle due aziende: nel rapporto banca-correntista, è evidente come gli interessi usurari siano stati effettivamente corrisposti, determinando per la banca il conseguimento di un profitto.

“In sostanza – hanno sottolineato i Giudici – se come è stato evidenziato, la concreta corresponsione degli interessi può anche consistere nell’emissione di un titolo di credito a favore del supposto usuraio ed indipendentemente dal fatto che detto titolo sia stato poi utilizzato o posto all’incasso, tale situazione è del tutto assimilabile a quella del rapporto tra correntista ed istituto bancario laddove attraverso la stipulazione del relativo contratto la banca finisce per contabilizzare a proprio favore la voce passiva degli interessi (nella specie usurari) a carico del cliente”.

fonte: lastampa.it

giovedì 19 novembre 2015

Cambi conto in banca? Ecco come incassare fino a 7mila euro

Le banche si fanno la guerra e il risultato sono bonus e interessi maggiorati che possono far guadagnare un tesoretto ai clienti




[caption id="attachment_5171" align="alignnone" width="300"]Cambi conto in banca? Ecco come incassare fino a 7mila euro Cambi conto in banca? Ecco come incassare fino a 7mila euro[/caption]


Cambi conto in banca? Ecco come incassare fino a 7mila euro




ROMA – Se tradisci la tua vecchia banca puoi incassare fino a 7mila euro cambiando conto corrente. Sandra Riccio sul Secolo XIX spiega che molte banche sono disposte ad attrarre nuovi clienti con ricchi bonus e interessi più alti sui risparmi, con la proposta quindi di conti correnti decisamente più vantaggiosi.

Il Secolo XIX scrive che nella battaglia tra le banche per ampliare la clientela, proprio i clienti potrebbero essere coloro che guadagnano di più dalla situazione:
“In questa battaglia tra istituti, a beneficiarne potrebbe essere proprio il consumatore. A patto che legga bene tutte le condizioni. Molte volte si tratta, infatti, di promozioni a tempo che scadono in pochi mesi. Gli interessi sono quindi sì più alti ma l’extra dura poco. Inoltre per avere il premio (quasi sempre sotto forma di buono di acquisto) occorre essere disposti a offrire qualcosa in cambio: quasi sempre l’accredito sul nuovo conto di uno stipendio, di una pensione o di diverse migliaia di euro di risparmi.

Di sicuro la nuova norma che permette di cambiare banca in appena 12 giorni ha facilitato il percorso da una banca all’altra e nel 2015 moltissimi correntisti hanno scelto di aprire un nuovo conto grazie ai bonus di benvenuto.

Quali sono le offerte per chi ancora non l’ha fatto? La lista è lunga soprattutto tra gli istituti online. Iw Bank (gruppo Ubi) promette fino a 7mila euro in voucher per lo shopping a chi porta nuova liquidità in banca (almeno 25mila euro). Non basta però un semplice bonifico, occorre anche investire i capitali freschi in prodotti di risparmio gestito e aspettare che maturi il diritto al premio (i bonus si accumulano giornalmente)”.

fonte: blitzquotidiano.it

mercoledì 18 novembre 2015

Direttore di banca licenziato e a processo

Imputazione coatta con l’accusa di appropriazione indebita aggravata per il responsabile della sede Unicredit

Direttore di banca licenziato e a processo
Direttore di banca licenziato e a processo

Direttore di banca licenziato e a processo


DOMEGGE. Il direttore di banca è stato licenziato. È accusato di appropriazione indebita aggravata, in due occasioni, per somme molto importanti. E adesso Unicredit gli chiede indietro i soldi. Mentre Piergiorgio Dell’Agostin è difeso dall’avvocato Antinucci, l’istituto di credito nazionale si è costituito parte civile con lo studio Iovino. C’è un’imputazione coatta: il pubblico ministero titolare dell’inchiesta aveva infatti chiesto l’archiviazione invece del rinvio a giudizio, ma il giudice per le udienze preliminari ha ordinato la formulazione del capo d’imputazione. Si andrà a processo: e difatti ieri c’è stata l’udienza filtro, davanti al giudice Coniglio, che ha letto un lungo e complicato capo d’imputazione, e al pubblico ministero Rossi.

I primi fatti contestati riguardano il periodo tra il settembre 2007 e l’ottobre 2009, nell’agenzia cadorina di Domegge. Dell’Agostin avrebbe permesso a una cliente con un conto corrente di operare in rosso fino a più di 900 mila euro, per fare investimenti con strumenti finanziari ad alto rischio. I covered warrant, in italiano i derivati, quelli che derivano il loro valore dall’andamento del prezzo di una attività sottostante, di solito azioni, indici, valute o materie prime. Sono scommesse molto rischiose, che difficilmente i bancari consigliano ai clienti. Secondo l’accusa, l’uomo concedeva fidi non autorizzati dalla banca, appropriandosi di questi soldi, che aveva a disposizione grazie alla sua posizione. Il danno patrimoniale risulta molto rilevante.

Gli altri fatti che vengono contestati all’uomo coprono un anno intero, dal gennaio 2008 al gennaio 2009: avrebbe fatto operazioni non autorizzate di investimento con gli stessi derivati su un conto corrente intestato a suo padre. E si sarebbe appropriato di una somma tra i 350 e i 400 mila euro, che apparteneva a Unicredit, ma della quale disponeva, grazie al ruolo di primo piano che ricopriva. La filtro, che ha aperto il dibattimento, serviva solo ad ammettere le liste dei testimoni di accusa e difesa. Antinucci ne ha proposti otto, perché fanno parte di una filiera e bisognerebbe ascoltarli tutti, per farsi un’idea il più possibile precisa di quello che è successo oppure non è successo.

Il pm Rossi ha proposto i propri e il giudice ha rinviato al 14 marzo, quando si comincerà a sentire giusto questi. Sarà poi il nuovo giudice onorario del tribunale Berletti a fissare le udienze successive, nelle quali sentire tutte le prove della difesa. Intanto, la banca fa sapere, attraverso l’ufficio stampa, che i fatti sono emersi attraverso un controllo e che il dipendente è stato
licenziato in tronco, per giusta causa. La seconda iniziativa della direzione della banca è stata quella di presentare un esposto in procura della Repubblica, che ha messo in moto le indagini. Richiesta di archiviazione, ma imputazione coatta e processo per appropriazione indebita aggravata

fonte : corrierealpi.it

martedì 17 novembre 2015

Popolare di Vicenza, parte la mediazione: a Udine chiesti 2,5 milioni

L’Adusbef sta curando la procedura in Camera di commercio per nove risparmiatori. L’avvocato Colautti: «Prodromiche alle cause di merito davanti al giudice civile»

 

[caption id="attachment_4778" align="alignnone" width="300"]Popolare di Vicenza, parte la mediazione: a Udine chiesti 2,5 milioni Popolare di Vicenza, parte la mediazione: a Udine chiesti 2,5 milioni[/caption]

 

Popolare di Vicenza, parte la mediazione: a Udine chiesti 2,5 milioni


UDINE. I casi già approdati davanti al mediatore della Camera di commercio di Udine sono cinque e altri quattro ci arriveranno a giorni. Per un totale di circa 2,5 milioni di euro di danno.

Cioè di soldi spariti dalla disponibilità di correntisti friulani che alla Banca popolare di Vicenza avevano affidato i propri risparmi e che da quella stessa banca, ora in piena bufera finanziaria e giudiziaria, pretendono di essere risarciti. Euro su euro. A costo di trascinare l’istituto di credito davanti al giudice civile.

A sostenere anche in Friuli le istanze di alcuni dei risparmiatori - in migliaia pure nella nostra regione - traditi dalla fiducia riposta nella banca di Gianni Zonin c’è anche l’Associazione difesa consumatori e utenti bancari, finanziari e assicurativi.

Sue le prime lettere di diffida che erano state spedite per conto degli associati già sei mesi fa sia all’indirizzo della Banca di Vicenza, sia a quello della Banca d’Italia.

Poi, a seguito di un recente incontro a Padova del comitato Adusbef del Triveneto - presenti una dozzina tra delegati e consulenti, oltre che il vicepresidente nazionale, avvocato Antonio Tanza, autore dei ricorsi che, nel 1999, portarono alla dichiarazione d’illegittimità dell’anatocismo - l’accelerata e la presentazione all’ente camerale di cinque richieste di attivazione della procedura di mediazione obbligatoria.

«Un’azione prodromica alle cause di merito», spiega l’avvocato Lorenzo Colautti, di Udine, che insieme ai colleghi Federico Capalozza e Paola Tanzi rappresenta il Friuli Venezia Giulia, e che annuncia come imminente il deposito di ulteriori quattro istanze, tutte relative a grossi imprenditori friulani e per un valore complessivo superiore ai due milioni di euro.

«E altre ancora – aggiunge – sono in corso di predisposizione, a fronte dell’unica finora attivata a Padova e Vicenza». Lungo l’elenco delle contestazioni sollevate (nei casi più complessi, fino a 23 punti): si va dalla violazione totale dei principi di trasparenza e chiarezza previsti dal Testo unico della finanza, a quella dell’ordine cronologico delle vendite e dal conflitto di interessi dei funzionari, alla mancata raccomandazione personalizzata imposta a chi svolge attività di consulenza.

Nel mirino, insomma, una montagna di dubbi sul comportamento tenuto dai funzionari nei confronti dei clienti. O meglio, di quelli rimasti con un pugno di mosche in mano, dopo la decisione con la quale, l’11 aprile scorso, l’assemblea dei soci della popolare di Vicenza deliberò il drastico abbattimento del valore unitario delle azioni dai 62,50 euro del 2014 a 48 euro.

La strada, a questo punto, pare tracciata. Salvo improbabili sorprese, all’incontro che il mediatore fisserà in Camera di commercio la banca (cioè la resistente) non aderirà a una soluzione transattiva per il risarcimento dei danni e il tentativo di conciliazione finirà quindi con un niente di fatto.

Il che lascerà all’associazione l’unica alternativa della via giudiziaria. Davanti al giudice del tribunale di Udine, quindi. Sono stati anche i riscontri alle lettere inviate sei mesi fa a imprimere un’accelerata decisiva all’azione dell’Adusbef.

«La Banca di Vicenza – spiega Colautti – rispose con dichiarazioni molto
rilevanti in merito alla perizia di stima dell’azione, e la Banca d’Italia, per la prima volta e inaspettatamente, decise di fare chiarezza sui rapporti intercorsi tra i suoi stessi uffici e la BpVi. Non era successo neppure per i casi Cirio e Parmalat».

fonte: messaggeroveneto.it

Monte dei Paschi, riaperta inchiesta sulla morte di David Rossi dopo nuove perizie

La tesi dell’avvocato Luca Goracci è che l'ex capo della comunicazione dell'istituto, morto il 6 marzo 2012 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, sia stato "prima colpito alla testa e poi buttato da almeno due persone". L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando la morte come suicidio

[caption id="" align="alignnone" width="675"]Monte dei Paschi, riaperta inchiesta sulla morte di David Rossi dopo nuove perizie Monte dei Paschi, riaperta inchiesta sulla morte di David Rossi dopo nuove perizie[/caption]

 

Monte dei Paschi, riaperta inchiesta sulla morte di David Rossi dopo nuove perizie


“Sarebbe stato prima colpito alla testa e poi buttato dalla finestra almeno da due persone”. È la tesi, sostenuta da tre perizie, rappresentata dall’avvocato Luca Goracci alla Procura di Siena, che ha deciso di riaprire il caso sulla morte di David Rossi, capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena deceduto il 6 marzo 2013 dopo essere volato giù dalla finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni. L’istanza di riapertura era stata depositata dal legale della vedova di Rossi, Antonella Tognazzi, dieci giorni fa, e oggi il procuratore della Repubblica Salvatore Vitello, in accordo con il sostituto Andrea Boni, ha deciso di ricominciare a indagare sul caso che finora era sempre stato catalogato come suicidio.

Invece secondo le perizie grafologica, medico legale e dinamico-fisica sulla caduta – già “oggetto di valutazione” da parte della Procura e che hanno portato alla decisione di ricominciare a indagare “sui temi di prova evidenziati” – la caduta di Rossi non sarebbe stata accidentale. Le indagini di parte, che saranno presentate alla stampa martedì a Roma, avrebbero evidenziato che i tre biglietti di addio alla moglie, ritrovati nel cestino dell’ufficio del capo comunicazione della banca senese, sarebbero stati scritti “sotto coercizione fisica o psichica”, sostiene la perizia del professor Giuseppe Sofia, già collaboratore di numerose procure italiane. E un ulteriore segno che dimostrerebbe come le lettere d’addio non siano state scritte da Rossi sarebbero le ecchimosi sulle braccia riscontrate nell’esame autoptico “chiaro segno di afferramento”. Oltre all’analisi dei filmati delle telecamere di sicurezza che confermerebbero, secondo i tecnici della difesa, come la prima analisi della caduta fosse errata.

Rossi fu ritrovato cadavere sul selciato del vicolo di Monte Pio, attorno alle 20 del 6 marzo di due anni fa, nel pieno della bufera per lo scandalo derivati che coinvolse il Monte dei Paschi fino agli ex vertici, Giuseppe Mussari e Antonio Vigni. L’indagine venne chiusa nel marzo 2014 catalogando come “suicidio” la morte del capo comunicazione della banca senese. E poco più di un anno fa, il 10 novembre 2014, la Procura generale aveva rigettato la prima richiesta dei famigliari per la riapertura dell’inchiesta. Nei giorni immediatamente successivi alla morte, i magistrati toscani avevano anche ricevuto un esposto dell’ex consigliere di amministrazione di Mps, Michele Briamonte, che chiedeva di verificare un’eventuale connessione tra la morte di Rossi e la pubblicazione da parte dell’agenzia di stampa Reuters, tra le 18.49 e le 18.58 di quel giorno, di due lanci riguardo la quantificazione del danno richiesto da Mps a Nomura e Deutsche Bank, oltre che a Mussari e Vigni. Una cifra (1,2 miliardi di euro) che in quel momento, secondo Briamonte, era nota a pochissime persone.

fonte: ilfattoquotidiano.it

lunedì 16 novembre 2015

Anatocismo, sentenza favorevole a un'impresa molisana

Una banca ha applicato illegittimamente la capitalizzazione trimestrale degli interessi sul conto di un imprenditore del capoluogo. L'istituto di credito condannato a pagare oltre 200mila euro


Anatocismo, sentenza favorevole a un'impresa molisana
Anatocismo, sentenza favorevole a un'impresa molisana

Anatocismo, sentenza favorevole a un'impresa molisana


È del 10 novembre la sentenza della Corte di Appello di Campobasso a favore di un'impresa del capoluogo che, tramite l'avvocato Aldo De Benedittis, aveva contestato ad una banca di interesse nazionale, con la quale aveva intrattenuto un rapporto di conto corrente per diversi anni, l'applicazione illegittima della capitalizzazione trimestrale degli interessi, spese di tenuta conto, commissioni di massimo scoperto e valute (anatocismo).

Con procedimento conclusosi davanti al Tribunale di Campobasso venivano riconosciute le contestazioni lamentate e la banca veniva condannata a pagare oltre 200mila euro.

Parzialmente soddisfatto dell'esito del giudizio di primo grado, l'avvocato Aldo De Benedittis proponeva appello avverso la relativa sentenza , chiedendo la restituzione di maggiori somme non considerate dal Giudice di primo grado.

Con sentenza del 10 Novembre 2015 la Corte di Appello di Campobasso (Cons. Pres. Di Croce,Cons.Rel. Carosella,e Cons. Parise) accoglieva l'appello proposto condannando la banca al pagamento di ulteriori 110 mila euro, oltre interessi legali dalla domanda ,oltre alle spese di giudizio.

Si tratta di un ulteriore successo raggiunto a favore dei consumatori e delle imprese molisane contro lo strapotere del sistema bancario.

fonte: primapaginamolise.it

domenica 15 novembre 2015

BCE, il colossale fallimento del quantitative easing,l’eurozona è piùdebole che mai

Dopo otto mesi di quantitative easing, l’eurozona è più debole che mai. Ecco perché.

BCE, il colossale fallimento del quantitative easing,l’eurozona è più debole che mai
BCE, il colossale fallimento del quantitative easing,l’eurozona è più debole che mai

BCE, il colossale fallimento del quantitative easing,l’eurozona è più debole che mai


di Thomas Fazi 

A più di otto mesi dall’avvio del programma di quantitative easing della BCE, Mario Draghi e i vari leader nazionali non paiono avere dubbi: «Il programma è stato un successo». Ma tutto questo entusiasmo è giustificato? Guardiamo i numeri. Partiamo dal tasso d’inflazione. Com’è noto, il mandato della BCE prevede un solo obiettivo – il mantenimento del tasso d’inflazione ad un livello vicino al 2 per cento – ed è dunque normale giudicare l’operato della banca centrale innanzitutto in base a questo parametro, anche perché uno degli obiettivi dichiarati del QE è proprio quello di far riavvicinare l’inflazione all’obiettivo del 2 per cento. Bene, da questo punto di vista i dati parlano chiaro: ad ottobre l’inflazione è tornata negativa (-0,1 per cento, manco a farlo apposta esattamente lo stesso livello registrato a marzo di quest’anno, quando la BCE ha avviato il suo programma di acquisto titoli).

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Ma sarebbe un errore attaccarsi allo “zero virgola”. La situazione è ben più grave, infatti: la verità è che è il tasso d’inflazione medio dell’eurozona, senza considerare gli enormi differenziali di inflazione tra paesi, è inferiore all’obiettivo dichiarato del 2 per cento dalla fine del 2012 e inferiore all’1,5 per cento – sotto il quale possiamo parlare de facto di deflazione – dall’inizio del 2013. In altre parole, da quasi tre anni.

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Se prendiamo il tasso di crescita del PIL dell’area euro, i risultati sono ancora più impietosi: come possiamo vedere nella seguente immagine, esso inizia nuovamente a contrarsi – ponendo così fine alla modestissima risalita iniziata nel 2014 – proprio qualche mese dopo l’avvio, nel marzo del 2015, del programma di quantitative easing della BCE.

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Questi dati sarebbero sufficienti per dichiarare il QE un colossale fallimento, e per chiosare qui con un bel “dimissioni e tutti a casa”. Ma cerchiamo di capire perché il QE “all’europea” si è rivelato un tale fallimento. A monte c’è senz’altro il rifiuto – assurdo e ingiustificabile – di sfruttare quello che è probabilmente il principale beneficio del quantitative easing – l’abbassamento dei tassi d’interesse sui titoli di Stato – per realizzare politiche fiscale espansive, come hanno fatto gli Stati Uniti in seguito alla crisi finanziaria (e come viene ormai invocato anche da esponenti di spicco del mainstream economico).

Draghi e gli altri dell’establishment europeo, infatti, continuano a confidare nella capacità delle politiche monetarie di stimolare l’economia da sé – ossia senza scomodare l’odiato settore pubblico –, attraverso l’aumento dell’accesso al credito (in virtù del miglioramento dello stato patrimoniale delle banche e dell’abbassamento dei tassi di interesse) e la svalutazione del tasso di cambio, al fine di agevolare le esportazioni. Ma i dati – e non solo quelli “macro” sopraelencati – smentiscono categoricamente questa ipotesi.

Prendiamo il credito bancario. Anche se in lieve ripresa – e accettando la discutibile premessa secondo cui la ripresa dell’economia dipende necessariamente dalla ripresa del credito – esso continua a viaggiare ben al di sotto dei livelli necessari. Come possiamo vedere nella seguente immagine, tratta da un recente report della BCE, il grosso dell’incremento della massa monetaria (M3) dell’eurozona nell’ultimo anno e mezzo è imputabile soprattutto al credito verso il settore pubblico (tranche blu) – il debito pubblico dell’eurozona, infatti, continua inesorabilmente a crescere, sia in termini assoluti che in relazione al PIL –, non al credito verso il settore il settore privato (tranche arancione).

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Secondo un recente sondaggio realizzato da Commerzbank, infatti, il quantitative easing non ha contribuito pressoché per nulla ad aumentare il credito all’economia (famiglie e imprese). L’85 per cento delle banche consultate ha dichiarato di non aver incrementato i prestiti in seguito all’avvio del programma di QE, nonostante l’aumento della liquidità, e la quasi totalità di esse ha descritto l’impatto del QE come nullo.

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Questo conferma quello che la teoria post-keynesiana va dicendo da tempo: ossia che le banche non sono intermediarie tra i risparmiatori e i mutuatari, cioè non prestano i depositi dei risparmiatori, né tanto meno “moltiplicano” le riserve fornite loro dalla banca centrale. Al contrario, sono i prestiti a creare la moneta, e i principali fattori che le banche prendono in considerazione prima di effettuare un prestito sono i propri potenziali profitti e la capacità di rimborso del mutuatario. Questo è il motivo per cui in un contesto in cui la domanda e la crescita ristagnano – e dunque le prospettive di guadagno offerte dall’economia reale sono misere – da un lato le banche sono riluttanti a investire e a concedere prestiti, a prescindere dalle flebo delle banche centrali, e dall’altro le famiglie e le imprese sono poco inclini a indebitarsi.

Soprattutto se consideriamo che il tasso d’interesse sui prestiti alle famiglie e alle imprese (rappresentato dalle due linee blu nella seguente immagine, dove il riquadro a sinistra rappresenta il tasso per le imprese e quello a destra il tasso per le famiglie) continua ad essere relativamente alto – poco superiore al 2 per cento, a fronte di tassi d’inflazione vicini allo zero o addirittura negativi in vari paesi dell’eurozona – nonostante il costo del denaro – il tasso d’interesse del denaro prestato alle banche stesse dalla BCE – sia ai minimi storici (0,05 per cento, praticamente zero).

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Sintomo e allo stesso tempo concausa del calo dei prestiti, e più in generale della crisi in corso, è la crescita vertiginosa delle sofferenze bancarie, ossia dei crediti bancari la cui riscossione non è certa. Secondo un recente studio pubblicato su VoxEU.org, le banche del continente avevano in pancia, a fine 2014, crediti di difficile riscossione (non-performing loans) pari all’incredibile somma di circa 1,2 trilioni di euro, pari al 9 per cento del PIL dell’UE e più del doppio del livello del 2009. I paesi maggiormente interessati dal fenomeno sono l’Italia, la Grecia, il Portogallo e Cipro.

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Trattasi di un dato estremamente preoccupante sia per la stabilità finanziaria dell’Europa che per le prospettive di ripresa del continente poiché, come si legge nello studio, «un alto livello di crediti di difficile riscossione tende a… ridurre la crescita del PIL ed aumentare la disoccupazione». È evidente che questa è una conseguenza diretta delle misure di austerità perseguite negli ultimi anni, che non hanno fatto che acuire la recessione nei paesi della periferia, peggiorando i bilanci delle famiglie e delle imprese (che fanno sempre più fatica a ripagare i debiti contratti con le banche) e di conseguenza i bilanci delle banche stesse. Di fronte a una situazione di questo tipo, le politiche di quantitative easing rappresentano poco più di una toppa (e anzi secondo alcuni studi avrebbero addirittura impattato negativamente sulla redditività delle banche, a causa della riduzione dei tassi d’interesse).

Questo spiega in parte la moria silenziosa delle banche europee a cui abbiamo assistito dal 2008 in poi. Nel recente Report on financial structures della BCE si evince che a fine 2014 vi erano 5.614 istituzioni creditizie nell’eurozona, a fronte dei 6.054 di fine 2013 e di ben 6.774 della fine del 2008. In altre parole, sono più di 1.000 gli istituti che sono scomparsi dall’inizio della crisi.

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In conclusione, risulta evidente che ci troviamo in presenza di un sistema finanziario al contempo più concentrato (e dunque più too big to fail) ma anche più fragile, e di conseguenza sempre meno in grado di sostenere l’economia reale. In un contesto di questo tipo, sperare di “invogliare” le banche a prestare di più attraverso il quantitative easing è una pia illusione.

E che dire del secondo canale attraverso cui dovrebbe agire il QE della BCE, la svalutazione del tasso di cambio con l’obiettivo di agevolare le esportazioni? L’eurozona già presenta un surplus delle partite correnti del 3,7 per cento, il più grande del mondo in termini assoluti, e si prevede che rimarrà a tali livelli nel corso dei prossimi anni. Un possibile nuovo round di allentamento monetario da parte della BCE potrebbe farlo aumentare ulteriormente. Questa politica non è sostenibile nel medio-lungo termine per una serie di motivi. Primo, perché si nutre proprio della carenza di domanda interna e dell’alto tasso di disoccupazione causato dalla persistente crisi europea. Secondo, perché necessita che ci siano altri paesi o regioni disposti ad accumulare ampi deficit delle partite correnti. Tradizionalmente sono stati gli USA a interpretare il ruolo di “consumatore di ultima istanza” del mondo, ma non è realistico aspettarsi che essi continuino ad assorbire allo stesso tempo le eccedenze produttive di due giganti come Cina ed Europa (a tal proposito si veda il durissimo j’accuse del Wall Street Journal contro le politiche neomercantiliste dell’eurozona).

Per concludere, l’eurozona non ha bisogno di un’ulteriore dose di quantitative easing. Ha bisogno di un’espansione fiscale che immetta denaro direttamente nell’economia e rilanci la domanda, bypassando un settore finanziario sempre più a pezzi.
fonte : eunews.it

Usura: da quando decorre la prescrizione?

Cassazione penale, sez. II, sentenza 08/10/2015 n° 40380 - Il delitto di usura è reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata, costituito da due fattispecie (destinate strutturalmente l'una ad assorbire l'altra con l'esecuzione della pattuizione usuraria) aventi in comune l'induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l'altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato.

Usura: da quando decorre la prescrizione?
Usura: da quando decorre la prescrizione?

Usura: da quando decorre la prescrizione?


Il delitto di usura è reato a condotta frazionata o a consumazione prolungata, costituito da due fattispecie (destinate strutturalmente l'una ad assorbire l'altra con l'esecuzione della pattuizione usuraria) aventi in comune l'induzione del soggetto passivo alla pattuizione di interessi od altri vantaggi usurari in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, delle quali l’una è caratterizzata dal conseguimento del profitto illecito e l'altra dalla sola accettazione del sinallagma ad esso preordinato.

Nella prima, il verificarsi dell'evento lesivo del patrimonio altrui si atteggia non già ad effetto del reato, più o meno esteso nel tempo in relazione all'eventuale rateizzazione del debito, bensì ad elemento costitutivo dell'illecito il quale, nel caso di integrale adempimento dell'obbligazione usuraria, si consuma con il pagamento del debito. Nella seconda, invece, che si verifica quando la promessa del corrispettivo, in tutto o in parte, non viene mantenuta, il reato si perfeziona con la sola accettazione dell'obbligazione rimasta inadempiuta.

L’induzione di un soggetto alla pattuizione di interessi o altri vantaggi usurari può seguire, in rerum natura, iter differenti ed avere sbocchi differenti. Nella sentenza emarginata si segnalano due particolari vicende alternative: l’ipotesi in cui l’induzione conduca ad una pattuizione usuraria e l’ipotesi in cui detta pattuizione sia seguita dalla relativa esecuzione. In questo il diritto si limita a recepire un dato di realtà, sul quale si  conforma l’applicazione delle norme.  Così, il naturale sviluppo di un’illecita pattuizione è nel conferimento di interessi o vantaggi usurari; analoga attenzione va rivolta a una minor evoluzione del decorso causale, che per ipotesi si fermi al dato della conclusione di un accordo sul riconoscimento dei illeciti profitti o vantaggi.

In diritto, appare pertanto innegabile che il conseguimento di un profitto illecito, quale corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra cosa mobile, si ponga quale modello di riferimento del fatto di usura, quanto meno sul piano empirico criminologico. Nondimeno incombe all’interprete verificare che la soglia di rilevanza penale venga superata solo con il conseguimento del profitto o vantaggio, quale posterius indefettibile dell’illecita pattuizione. La mera pattuizione risulterebbe, conseguentemente, irrilevante.  In termini concettuali, occorre distinguere l’escussione degli interessi o vantaggi  quale evento del reato (imprescindibile per l’assunzione di responsabilità penale) e quale effetto (mero fattore causale ulteriore rispetto al nucleo essenziale del reato).
Va detto che la Cassazione non assume un indirizzo restrittivo, bensì prefigura una tutela (anche) anticipata del fatto di usura, ritenendo che la creazione del sinallagma contrattuale integri di per sé un fatto penalmente rilevante.

Nel caso di specie, il ragionamento oltrepassa questo profilo, per involgere, oltre alla struttura del reato, in sé considerata, le ricadute sul funzionamento di un istituto chiave qual è la prescrizione.

A tal fine, la consumazione del reato viene “posticipata”, se la pattuizione ha esecuzione, al momento del conseguimento e/o conferimento degli interessi o vantaggi usurari, e per la precisione viene individuata nelle circostanze fattuali dell’ultimo episodio. Così, il soggetto che si trovi ad “incassare” profitti illeciti, anche a distanza di tempo dalla pattuizione illecita, non potrà beneficiare del tempo decorso dalla conclusione del sinallagma illecito per rilevare l’intervenuta prescrizione del reato.

Tale soluzione risponde indubbiamente a buon senso, ma si raccorda anche ai capisaldi del sistema penale, se è vero che ogni dazione successiva alla pattuizione illecita rinnova ed attualizza il disvalore oggettivo e soggettivo. Da un lato, infatti, sotto il profilo dell’offesa ci si può rappresentare una parcellizzazione dell’evento conseguente all’accordo, giungendo a considerare ogni dazione come frazione del tutto. In tal senso si può tener conto anche della circostanza per cui l’esezione della pattuizione non è l’explicit necessario del reato. Al contempo, sotto il profilo della colpevolezza, appare evidente che ogni episodio rappresenta una manifestazione di scelta (rimproverabile) dell’illecito, da parte dell’individuo, provvista del carattere dell’attualità.

In sintesi, nelle parole del Supremo Collegio, “la consumazione del reato non è limitata al momento della pattuizione originaria, ma si prolunga al momento in cui - in seguito alla pattuizione in questione - si verifichi effettiva riscossione degli interessi o il concreto conseguimento dei vantaggi usurari".

Ad integrazione delle considerazioni svolte va segnalato che la distinzione tracciata dalla Suprema Corte richiama due possibili manifestazioni del fatto incriminato a titolo di usura, secondo la logica delle fattispecie alternative: per l’integrazione del reato è sufficiente che si riscontri una delle due modalità del fatto; il riscontro di entrambe le modalità non implica un concorso di reati, sicché il soggetto che se ne sia reso autore risponde per aver commesso un solo reato. Lo chiarisce la stessa Cassazione nel precisare che le due fattispecie sono “destinate strutturalmente l’una ad assorbire l’altra con l’esecuzione della pattuizione usuraria”.


fonte: altalex.com

sabato 14 novembre 2015

Banche, in 5 anni chiusi 7 sportelli a Piacenza

Dal 2010 ad oggi in Emilia-Romagna sono stati chiusi ben 325 sportelli, con la provincia di Bologna che, con il taglio di 116 agenzie (- 14%), registra la maggiore riduzione, seguita da Modena con 50 (- 10%), Reggio Emilia con 33 (-8%) e Parma con 22.

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Banche, in 5 anni chiusi 7 sportelli a Piacenza


Il minor numero di chiusure è avvenuto a Ferrara e Piacenza, in entrambi i casi con 7 dipendenze. Numeri ingenti, sebbene nel 2014 il trend segni comunque un rallentamento delle cessazioni: 89 contro le 157 del 2013, anno in cui si è toccato il massimo numero di chiusure.

E’ quanto risulta dai dati elaborati dalla First Cisl, il sindacato dei lavoratori di banca della Cisl, che ha analizzato i numeri pubblicati dalla Banca d‘Italia e dalla BCE. “Una diminuzione delle agenzie del credito fisiologica – ha commentato Marco Amadori, segretario regionale della First Cisl – se pensiamo all’uso di internet, dei bancomat e al fatto che qualche sportello è stato aperto dalle banche un po’ troppo frettolosamente nella corsa alla presenza sul territorio, senza un approfondimento delle reali possibilità di mercato”.

Difatti, con 3.220 sportelli bancari l’Emilia-Romagna è ancora oggi la terza regione in Italia, dopo Trentino e la Valle d’Aosta, per maggiore presenza in rapporto ai propri abitanti: uno sportello bancario ogni 1.381 abitanti, contro la media nazionale di uno ogni 1.977 e quella dell’Eurozona di un’agenzia ogni 2.133 residenti. In particolare la Romagna si distingue ancora per la capillarità delle agenzie del credito, numeri da record si hanno nei comprensori di Rimini (una dipendenza ogni 1.206 abitanti), Forlì-Cesena (una ogni 1.237) e Ravenna (una ogni 1.248), che sono rispettivamente al quinto, sesto e settimo posto della classifica nazionale. A Piacenza i numeri parlano di uno sportello ogni 1378 abitanti (209 complessivi).

“Una regione, dunque,  altamente “bancarizzata” – ha continuato Amadori – in cui le aziende di credito hanno risentito nei propri bilanci della crisi finanziaria ed economica di questi anni, anche per aver concesso credito non sempre a chi lo meritava. Tant’è che alcune banche sono state commissariate, non di rado, a causa di problemi gestionali, come la cronaca ha tristemente mostrato in questi mesi”.

“Nonostante questo, grazie agli enormi sacrifici economici dei lavoratori – ha sottolineato il sindacalista Cisl -  siamo riusciti, come sindacati, a mantenere l’occupazione: alcune aziende di credito sono tornate in bonis, altre sono state cedute ad altre banche. Ma i posti di lavoro finora si sono tenuti e naturalmente ci adopereremo affinché anche le crisi occupazionali di queste settimane (Unicredit, Banca Popolare Vicenza, Banca Marche,…) possano risolversi con la stessa attenzione per i lavoratori, proprio come sta avvenendo nei numerosi casi riguardanti l’Emilia-Romagna”.

“Ora, però, si deve fare attenzione a non fare l’errore contrario, perché famiglie e imprese, specie in un momento delicato come questo, hanno bisogno di quel tipo di consulenza che si può fare solo di persona. Una consulenza che sovente garantisce ritorni redditizi ingenti anche per le aziende di credito, ma che ha bisogno necessariamente di investimenti sulla riqualificazione del personale”.

Un passaggio cruciale, quello posto in evidenza dal segretario generale regionale dei bancari Cisl, poiché nei prossimi mesi la situazione creditizia in regione vedrà notevoli cambiamenti anche a seguito delle riforme già approvate delle banche popolari e delle fondazioni bancarie, nonché del prossimo intervento sulle Banche di Credito Cooperativo.

“Come Fisrt Cisl ci auguriamo – termina Amadori – che i responsabili delle banche locali abbiano la lungimiranza di mantenere e valorizzare questo grande patrimonio economico e professionale, indispensabile per le famiglie e le imprese del nostro territorio, ma anche per gli stessi istituti di credito”.

fonte: Piacenzasera.it

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