sabato 23 luglio 2016

Banca di Credito Cooperativo di Civitanova Marche licenzia dipendente Disabile prima demansionata e poi licenziata

Invalida al 70% con braccio paralizzato, e, nonostante ciò, adibita a fare fotocopie e a smistare la posta. Demansionata, umiliata e infine licenziata. Sarebbe una vera e propria vicenda di discriminazione lavorativa quella che ha visto coinvolta una dipendente della Banca di Credito Cooperativo di Civitanova Marche, che, assistita dalla Federazione Autonoma Bancari Italiani (Fabi), ha adesso impugnato il licenziamento e citato in giudizio l’istituto per mobbing.
Il grave episodio è stato oggi denunciato dalla Fabi, in una conferenza stampa che si è svolta all’Hotel Miramare di Civitanova, alla quale hanno partecipato, oltre i segretari provinciali della FABI marchigiana Danilo Donzelli e Andrea Scavella, anche Anna Menghi, presidente associazione nazionale mutilati e invalidi civili di Macerata e Maria Michela Ciciretti, avvocato che su mandato della Fabi difende la lavoratrice.
“La condotta della Bcc di Civitanova Marche, che denunceremo e contrasteremo in tutte le sedi opportune, è intollerabile e ci riporta all’anno zero dei diritti”, hanno esordito Danilo Donzelli e Andrea Scavella, segretari provinciali della Fabi marchigiana. “Oltre ad assistere la lavoratrice nel ricorso alla magistratura del lavoro contro la Bcc di Civitanova Marche, chiediamo alla Federazione regionale delle Bcc delle Marche e a Federcasse d’intervenire presso la sua associata e di prendere pubblicamente le distanze da questa condotta che infrange ogni regola: etica, giuridica, nonché gli stessi principi mutualistici del movimento cooperativo. Invece di essere stata messa nelle condizioni di svolgere al meglio il proprio lavoro, la dipendente è stata ostacolata in tutti i modi”.
Secondo Anna Menghi, presidente provinciale Anmic Macerata, “quando viene discriminato un disabile, per di più donna, è un fatto gravissimo. Si tratta di un attacco alla dignità della persona ed è inaccettabile. L’Anmic ha attivato un nuovo servizio proprio per difendere le persone come la lavoratrice in questione, l’Ufficio anti-discriminazione, e l’associazione si costituirà ad adiuvandum nel giudizio contro il licenziamento”.
Il calvario lavorativo di A.C. inizia oltre 10 anni fa. La lavoratrice, invalida al 70% e per questo rientrante nella così detta categoria protetta, viene assunta presso la segreteria fidi della banca e negli anni arriva a maturare il grado di vicecapo dell’ufficio Crediti. Poi improvvisamente nel 2004 il cambio di mansioni: A. C., a causa di mai specificate ragioni organizzative, viene trasferita dalla banca al settore contabilità. Ma di operazione contabili ne svolge ben poche, poiché i superiori le assegnano tutt’altri compiti, “degradanti rispetto alla qualifica maturata”. A.C.  si trova così a dover smistare posta, chiudendo le buste con il gomito, a fare fotocopie, e in certi casi addirittura sbrinare e riempire il frigorifero della segreteria,” in barba alla sua grave menomazione fisica: una paralisi ostetrica al braccio destro che la rende invalida al 70%”. In aggiunta, “la lavoratrice subisce continui attacchi da parte di colleghi e superiori, tanto da cadere in depressione, come certificato dai medici della Asl locale”. Un disturbo depressivo, causatole dall’ostile ambiente di lavoro, che la costringe a sottoporsi negli anni a una serie di cure mediche. “Ma la banca non demorde. Le condotte vessatorie nei confronti della dipendente s’intensificano e conseguentemente le condizioni di salute di A.C. si aggravano e richiedono cure specifiche che costringono la lavoratrice ad assentarsi ripetutamente per malattia. Il medico legale nel 2010 appura il rapporto causale tra la patologia della dipendente e le vicende lavorative della stessa”.
La stessa Asl di Civitanova Marche all’inizio del 2016 dichiara che, realizzate le normali misure di prevenzione del caso in materia di ergonomia, postura e stress lavoro correlato “non emerge alcun motivo per cui si debba temere per la salute e la sicurezza di A.C.”. Come dire: “se la banca adotta le dovute misure, smettendo di causare stress e danni psico-fisici alla dipendente,  A.C. può tornare a lavorare in serenità”.
“Ma la Bcc di Civitanova , in spregio alle indicazioni della Asl, prosegue nella sua condotta vessatoria e pone A.C. in aspettativa forzata fino a recapitarle la lettera di licenziamento”, raccontano dalla sindacato. “Adesso la lavoratrice, con a carico un mutuo e costretta a sostenere ingenti spese mediche per curare il disturbo depressivo causatole dalla banca, non riceve né stipendio né contributi. É chiaro che la Bcc di Civitanova Marche ha attuato un comportamento gravissimo e ingiustificabile, ledendo la dignità della lavoratrice. Ora chiediamo – hanno concluso Donzelli e Scavella – che l’istituto annulli questo vergognoso provvedimento”.
Ma i legali della Bcc replicano a quanto scaturito dalla conferenza stampa e danno la versione dell’istituto di credito. Gli avvocati Massimo Bertola e Maurizio Cinelli affermano che “La signora, disabile già assunta in quota obbligatoria – dopo protratti e reiterati lunghi periodi di assenza dal lavoro e vari tentativi che la Banca, in più occasioni, ha svolto pur di impiegarla proficuamente in attività anche diverse da quelle originarie –, all’esito di accertamenti sanitari effettuati dal medico competente ai sensi del decreto legislativo n. 81 del 2008, e, prima ancora, dalla Commissione medica per l’accertamento delle disabilità ai sensi della legge n. 68 del 1999, è risultata permanentemente inidonea a mansioni di addetta all’ufficio con uso del videoterminale, nonché inidonea ad attività di front office, e comunque ad attività fisicamente impegnative. La Banca, dopo aver effettuato tutti i tentativi per reperire posti di lavoro, anche di qualifica inferiore, atti a consentire che la predetta potesse essere impiegata in maniera proficua, nel pieno rispetto delle sue condizioni di salute, non senza essersi previamente preoccupata anche di effettuare tutti i tentativi possibili per consentire alla medesima una ricollocazione presso altra, consona realtà produttiva – non ha potuto evitare di procedere al licenziamento della dipendente per giustificato motivo oggettivo”.

fonte : picchionews.it

Interessi illegali: Banca credito cooperativo Ravennese & Imolese deve risarcire Zama per oltre un milione di euro

 La battaglia legale fra Germano Zama e il Credito Cooperativo ravennate & imolese aggiunge un alto tassello a favore dell’imprenditore come raccontano le cronache locali. In sede civile, infatti, il giudice ha riconosciuto che la banca aveva preteso interessi, sugli interessi, vietati in Italia, su un conto corrente aperto in banca fin dal 1985, impedendo a Zama di utilizzare 960 mila euro per sostenere la propria attività imprenditoriale. Il giudice ha così stabilito che l’intera somma di 960 mila euro deve essere restituita all’imprenditore, a cui andrà girato anche un risarcimento di 300 mila euro per i danni derivati dal mancato utilizzo del denaro e il rimborso delle spese legali.

Interessi illegali: Banca credito cooperativo Ravennese & Imolese deve risarcire Zama per oltre un milione di euro


giovedì 21 luglio 2016

Canicattì :Banca Credito Cooperativo San Francesco rinviati a giudizio due ex dirigenti

Canicattì, rinviati a giudizio due ex dirigenti di banca
Accusati è d'avere falsificato i bilanci per ingannare soci e risparmiatori, occultando svalutazioni e passività.

 Canicattì, rinviati a giudizio due ex dirigenti di banca

Il giudice per l'udienza preliminare Stefano Zammuto, accogliendo la richiesta del pubblico ministero Matteo Delpini, ha deciso di rinviare a giudizio due ex dirigenti. L'inchiesta è quella sulla gestione della banca di credito cooperativo San Francesco di Canicattì. Sono stati rinviati a giudizio - in quanto accusati d'avere falsificato i bilanci per ingannare soci e risparmiatori, occultando svalutazioni e passività - Luigi Salvatore Di Franco, 62 anni, di Canicattì, ex vice presidente del Cda dell’istituto di credito, e Domenico Raneri, 63 anni, di Licata, direttore generale della banca.
La prima udienza del processo, che si celebrerà davanti ai giudici della seconda sezione penale presieduta da Luisa Turco, è in programma il 16 novembre.

Accusati è d'avere falsificato i bilanci per ingannare soci e risparmiatori, occultando svalutazioni e passività.
fonte : canicatti.agrigentonotizie.it



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Tassi usurai nei mutui della Banca Nuova Terra, è stato riconosciuto e decretato dal Tribunale di Bari

Se è vero che le Banche spesso trascurano il settore agricolo riferendosi ai finanziamenti alle imprese che operano in questo settore, è altrettanto vero che chi si è erto a salvatore degli agricoltori li ha affossati definitivamente. La vicenda è semplice nelle sue dinamiche: la Banca Nuova Terra, fondata nel2002, fu presentata davanti alla Commissione Agricoltura e produzione agroalimentare del Senato nel 2009, dall’allora suo Presidente Riccardo Riccardi come una luce nuova nel settore agricolo, a tutela degli agricoltori in difficoltà. 

In verità chi ha acceso un mutuo con questo ente, per tirarsi fuori dalle difficoltà con le altre Banche, si è trovato con tassi da usura, rendendosene conto solo a posteriori e trovandosi, infine con l’azienda confiscata. Un agricoltore pugliese si è rivolto alla magistratura che ha riconosciuto i livelli di usura di tale Banca. Altri agricoltori stanno facendo le corse contro il tempo per evitare che la loro azienda venga venduta all’asta prima che il tribunale determini la sospensione dei provvedimenti di sequestro a causa dell’usura praticata da chi pretende di acquisire l’azienda stessa. 

Tassi usurai nei mutui della Banca Nuova Terra, è stato riconosciuto e decretato dal Tribunale di Bari
fonte:  calabriaindipendente.it

lunedì 18 luglio 2016

Banche italiane, 10 motivi per cui devono fallire

I soldi che le banche prestano sono dei risparmiatori. Queste disponibilità sono i soldi dei conti correnti bancari, degli obbligazionisti e degli azionisti. Ci sono almeno dieci validi motivi per cui le società in crisi in Italia devono essere lasciate fare default.
  1. Le Banche sbagliano o vogliono sbagliare le valutazioni quando fanno credito. Le banche italiane impiegano 1.800 miliardi di Euro; 400 miliardi di Euro in acquisto di titoli di Stato italiani. Ad imprese e famiglie 1.400 miliardi di Euro. Su questo importo, le sofferenze sono pari a 350 mld di Euro, pari al 25%. Circa i 200 miliardi di Euro di sofferenza sono verso le imprese, il resto verso privati. L’80% dei debiti verso le imprese è detenuto dal 10% del numero di imprese.
  2. Le banche hanno perdite potenziali non esposte in bilancio. La parte di crediti tra i 1.400 miliardi e le sofferenze di 350 miliardi è di 1.050 miliardi. Parte di questi impieghi è gravata da illeciti radicati nel rapporto. Anatocismo, modifiche unilaterali nulle, derivati, etc etc.
  3. Le perdite effettive superano di oltre 4 volte i valori di capitalizzazione. La redditività si è gradualmente ridotta: quella esposta di natura industriale soffre di esuberi pari a oltre il 50% dell’organico e di riduzione di impieghi. Quella complessiva è gravata dalle perdite su crediti (in molti casi non esigibili). Quella complessiva effettiva espone perdite impressionanti.
  4. Gli organici sono inadeguati sotto il profilo della gestione del rischio e l’assistenza ai clienti.
  5. Le banche sono creditori pericolosi dotati di strumenti informativi che potenzialmente rappresentano una minaccia. La Centrale dei rischi centralizza le informazioni di rapporto. L’errata segnalazione in Centrale dei rischi è lesiva della immagine dei soggetti segnalati, precludendo il credito e non solo. Una quota molto elevata di rapporti di debito è gravata da illeciti: usura, assenza di contratto, modifiche unilaterali, debitoria costruita su derivati nulli. Il numero delle errate segnalazioni per effetto degli illeciti è spaventoso.
  6. Le Banche non sono controllate nell’applicazione delle norme a tutela del credito e del risparmio. Le politiche dei dividendi hanno spinto a politiche di bilancio delle banche, orientate alla borsa e alla raccolta di capitali e all’incremento del valore delle azioni. La ricerca della performance economica ha spinto, inoltre, alla sistematica applicazione di comportamenti illeciti noti a tutti. Tuttavia, la funzione sociale del risparmio e dell’erogare credito è fondamentale per un Paese civile, al punto che oltre a specifiche normative del codice civile le aziende bancarie sono sottoposte a controlli aggiuntivi di terze parti: Consob, Banca D’Italia, Ministero del Tesoro, Comitato di Basilea.
    Ad oggi, non si rilevano comportamenti sanzionatorio in merito al rapporto tra banche ed utenza. Gli enti preposti al controllo si limitano ad intervenire esclusivamente in merito a fornire direttive e indicazioni. Ad esempio la Banca d’Italia determina i tassi oltre soglia di usura, ma mai è stata effettuata una ricognizione a consuntivo del rispetto della normativa.
  7. Le banche dovrebbero assolvere un ruolo sociale, non essere un costo per la collettività. Il salvataggio del sistema non può avvenire con i soldi dei contribuenti. La norma del Bail in è chiara, non possono esserci interventi pubblici nel salvataggio delle banche. Vero è che in questo modo correntisti e obbligazionisti possono perdere soldi, tuttavia senza una modifica degli organi di controllo e di governance delle banche si estenderebbero le perdite alla collettività.
  8. Il sistema del credito si sta completamente allontanato dall’economia reale. Tutti gli istituti di credito hanno gli stessi mali e si comportano in modo omogeneo. Risolvere il problema non vuol dire comprendere chi deve pagare le perdite, ma l’evoluzione strutturale a vantaggio di tutti.
  9. Soggetti che sono in esplicita violazione di norme civilistiche e penali, non controllabili, detengono i soldi della collettività. Oltre il 99% del capitale della Banca d’Italia è detenuto dai controllati.
  10. Nessuna azienda in qualsiasi altro settore sarebbe viva nelle medesime condizioni. 

    L’autore, Francesco Verolino, è uno storico lettore di Wall Street Italia. Vanta un’esperienza di 30 anni nel credito e nella finanza a differente titolo. Consulente di primari istituti di credito, consulente aziendale in area credito e finanza, da sei anni imprenditore.

Quando ti accorgi che....

Quando ti rendi conto che, per produrre è necessario ottenere il consenso di coloro che non producono nulla; Quando hai la prova che il denaro fluisce a coloro che non commerciano con merci ma con favori; Quando capisci che molti si arricchiscono con la corruzione e l'influenza, piu' che di lavoro e
che le legginon ci proteggono da loro, ma al contrario, essi sono protetti dalle leggi; Quando ti rendi conto che la corruzzione è ricompensata, e l'onesta' diventa auto-sacrificio: allora puo affermare senza paura di sbagliarti, che la tua società è condannata.

Gli italiani lasciano il Bel Paese: quasi un milione gli emigrati degli ultimi 10 anni



L’Italia un Paese che non riesce a rappresentare un’opportunità per crescere e realizzarsi. Gli italiani sono sempre al primo posto tra le popolazioni migranti comunitarie seguiti da portoghesi, spagnoli e greci. Se la matematica ed i numeri non sono un’opinione il Rapporto del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat non lascia spazio a dubbi: la crisi inverte i flussi migratori e l’Italia da Paese dell’immigrazione sta diventando Paese non più attrattivo e addirittura d’emigrazione.
A sostenerlo, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti”, nel commentare lo studio statistico che rappresenta una fotografia sui movimenti migratori in uscita dall’Italia nel decennio compreso tra il 2005 e il 2014. Negli ultimi dieci anni gli italiani emigrati all’estero sono stati complessivamente 896.510, di cui 136.328 soltanto nel 2014 (+8,42% rispetto all’anno precedente): una cifra più che raddoppiata rispetto ai 65.029 connazionali che avevano lasciato il Paese nel 2005. È il dato principale che emerge da una analisi del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione di dati Eurostat. Nel periodo 2005-2014 ben 114.341 connazionali si sono trasferiti in Germania (17.236 nel 2014, +25,74% rispetto all’anno precedente), 84.955 nel Regno Unito (14.991 nel 2014, +6,65% rispetto all’anno precedente), 62.902 in Francia (10.334 nel 2014, +8,62% rispetto all’anno precedente), 73.613 in Svizzera (11.051 nel 2014, +4,88% rispetto all’anno precedente) e 39.687 in Spagna (4.701 nel 2014, +3,61% rispetto all’ anno precedente). Nello stesso periodo di tempo 44.528 nostri connazionali hanno invece preferito stabilirsi negli Stati Uniti (5.951 nel 2014), 19.305 in Cina inclusa Hong Kong (2.944 nel 2014), 11.510 in Australia (1.873 nel 2014) e 9.479 in Canada (1.307 nel 2014). A trasferirsi all’estero nel 2014 sono stati soprattutto giovani tra i 15 e i 34 anni: in tutto 51.906, con un incremento del 10,33% rispetto al 2013 e in numero più che raddoppiato rispetto al 2005 (quando erano stati 24.832). Le loro mete preferite sono state il Regno Unito (7.675 emigrati, +4,65% rispetto al 2013), la Germania (7.453, +27,49%), la Svizzera (4.242, +8,08%) e la Francia (3.714, +3.80%) e gli Stati Uniti (2.162, +10,48%). Alla luce dei dati fin qui elencati, cresce costantemente negli ultimi anni il numero degli emigrati italiani e quel che preoccupa è l’elevato numero di giovani che scelgono di costruirsi un futuro lontano dal nostro Paese. Negli ultimi dieci anni il numero di italiani under 35 che cercano fortuna altrove è più che raddoppiato: è certamente un segno di un mondo sempre più globale ma anche e soprattutto di un Paese che non riesce a rappresentare un’opportunità per crescere e realizzarsi.

fonte : brindisilibera.it

venerdì 15 luglio 2016

Famiglia catanese sovraindebitataTribunale applica legge ‘salva suicidi’


E’ ùna storia comùne a tante famiglie italiane, pùrtroppo. Persone normalissime che a caùsa della crisi si trovano risùcchiate in qùel pericoloso vortice fatto di ricorso al credito che poi non si riesce ad onorare.
E’ la vicenda di ùna famiglia catanese alla qùale , il giùdice della sesta sezione del Tribùnale di Catania, Laùra Messina ha omologato il piano del consùmatore, accogliendo le richieste formùlate dagli avvocati Manfredi Zammataro e Mario Campione e consentendo così alla famiglia di liberarsi di ùna parte consistente dei debiti contratti e di poter finalmente ùscire dal sovraindebitamento in cùi erano piombati.
Il “piano del consùmatore” così come omologato prevede ridùzioni fino al 25% dei debiti contratti dai coniùgi catanesi (molti dei qùali contratti con banche, finanziarie e carte revolving) ed il pagamento del piano d’ammortamento per ùn nùmero massimo di 360 rate, al tasso del 1%, con ùna rata mensile complessiva di 740 eùro decrescente negli anni.
Si tratta della “procedùra di composizione della crisi da sovraindebitamento del consùmatore” ai sensi dell’art. 7, I comma, L. 3/2012, la cosiddetta “legge salva sùicidi”.
Eppùre fino al 2013 i coniùgi in qùestione non avevano criticità economiche, in qùanto entrambi potevano contare sù di ùn lavoro stabile e ben retribùito. Così avevano deciso ottenùto ùn mùtùo per l’acqùisto di ùna nùova casa. Nel 2014 però ùno dei coniùgi viene licenziato e per tentare di far fronte alle esigenze familiari e ai debiti contratti, i coniùgi hanno fatto ricorso alle finanziarie per far fronte alle richieste sempre più pressanti dei creditori.
La lùnga dùrata dello stato di disoccùpazione di ùno dei coniùgi però ha reso di fatto impossibile onorare i debiti contratti. “Da qùel momento – scrive l’associazione Codici – è iniziato ùn vero e proprio calvario fatto di telefonate ai limiti dello stalking da parte delle agenzie di recùpero credito, di segnalazioni nelle centrali di rischio e di decreti ingiùntivi a caùsa di ùn indebitamento complessivo sùperiore ai 150.000 eùro”.

Usura bancaria, a giudizio vertici di due istituti di credito Si tratta di presidenti, amministratori delegati e direttori generali

Si tratta di presidenti, amministratori delegati e direttori generali


    
Presidenti, amministratori delegati e direttori generali di due istituti di credito. Sono stati rinviati a giudizio dal gup Loredana Camerlengo al termine dell'udienza preliminare relativa ad un'indagine della guardia di finanza in materia di usura bancaria.

Dovranno affrontare il processo, che partirà il prossimo 19 dicembre, Corrado Mariotti, 72 anni, presidente della Banca Popolare di Ancona dall'8 dicembre 2005 al 31 marzo 2008, Antonio Martinez, 77 anni, di Milano, e Luciano Goffi, 62 anni, rispettivamente amministratore delegato (dall'8 dicembre 2005 al 28 aprile 2006) e diretore generale (dall'8 dicembre 2005 al 31 marzo 2008) della stessa banca, e Franco Zanetta, presidente della Banca Popolare di Novara, difesi dagli avvocati Angelo Peluso, Poalo Piccialli e Luca Fusco.

Nel mirino degli inquirenti sono finite le somme che sarebbero state prestate ad un imprenditore beneventano in difficoltà economiche – Orazio Marchetti, parte civile con l'avvocato Andrea De Longis senior -, facendosi promettere – sostiene l'accusa – interessi usurari, “comunque superiori al tasso soglia normativamente previsto, considerati in detti tassi sia le condizioni illegittimamente praticate sia la commissione massimo scoperto”.
Come si ricorderà, per la stessa inchiesta, nel gennaio 2015, il giudice Gelsomina Palmieri aveva deciso il non doversi procedere, perchè il fatto non costituisce reato, nei confronti di otto dirigenti e funzionari dei due istituti di credito, ora chiamati in causa con i loro vertici.

fonte : ottopagine.it

Indagine Carife: perquisizioni alla Banca Popolare di Cividale

FRIULI - A seguito di indagini delegate dalla Procura della Repubblica di Ferrara sull?aumento di capitale realizzato dalla Cassa di Risparmio di Ferrara nel 2011 per 150 milioni di euro,...

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Altro choc per i mercati: Banca Inghilterra non taglia i tassi

LONDRA (WSI) – Da Londra arriva un’altra batosta per i mercati dopo la Brexit. La Banca d’Inghilterra a sorpresa non ha abbassato i tassi di interesse come misura per contrastare proprio le previste conseguenze negative dell’uscita del Regno Unito dall’Ue e come le parole del numero dell’istituto centrale Mark Carney avevano fatto intuire.
Gli investitori si aspettavano – ne erano quasi certi – un taglio del costo del denaro, il primo dal 2009, allo 0,25%, invece i tassi di riferimento sono stati mantenuti allo 0,5% dal direttivo di politica monetaria britannico.
L’intervento di accomodamento monetario firmato Bank of England, insomma, non è arrivato. La banca centrale del Regno Unito ha tradito le aspettative dei mercati. I tassi rimangono tuttavia invariati al livello minimo record.
Le chance di un taglio dei tassi – il primo in sette anni – erano superiori all’80%. La decisione è stata inoltre praticamente quasi unanime, con 8 membri del Consiglio direttivo della banca centrale che hanno votato a favore dell’opzione di lasciare i tassi invariati, rispetto a uno solo contrario.
La reazione dei mercati non si è fatta attendere con le Borse europee, Londra in particolare, che hanno rallentato il passo e con i tassi dei titoli di stato che sono balzati in rialzo.
Gli effetti si sono fatti sentire soprattutto sul valutario, con la sterlina, colpita molto dopo la Brexit, che viene chiaramente avvantaggiata dalla decisione. La valuta britannica ha guadagnato a un certo punto anche il +2% circa sul dollaro, testando il record in due settimane a $1,3480.
A questo punto, tutto dovrebbe essere rimandato alla prossima riunione della Bank of England, in calendario il prossimo 4 agosto. E ciò p scritto nello stesso comunicato dell’istituto.
“La maggior parte dei membri della Commissione prevede che la politica monetaria sarà allentata ad agosto”.
La banca centrale del Regno Unito non ha apportato nessun cambiamento al suo programma di acquisto di asset del valore complessivo di 375 miliardi di sterline.

autore :  Daniele Chicca  fonte: WSI

giovedì 14 luglio 2016

Banca di Credito Cooperativo dell’ Alta Padovana ex direttore generale è imputato pe r usura

Rischia il processo Guerrino Pegoraro dopo la denuncia di due immobiliaristi L’accusa: i clienti costretti a pagare tassi esosi e a fornire tante garanzie
i tassi di interesse che vengono praticati al mutuo risultano del 9,5% (quello nominale) e del 9,75% (quello effettivo) entrambi (per due punti) oltre la cosiddetta “soglia di usura” pari al 7,65%. Tassi esosi destinati a produrre un onere maggiore di 90 mila euro per un prestito che, al 95%, sarebbe stato destinato a pagare debiti. Alla banca non basta: al momento della firma del contratto, vengono pretese una serie di garanzie personali (fidejussioni) e reali (ipoteche),

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Non sarà una banca ma, alla fine, un pò ci somiglierà. Tinaba (ossia l'acronimo di This is not a bank) è la creatura digitale di Matteo Arpe

Arpe punta su «Tinaba», i pagamenti della banca 4.0 Lanciata la start up del fondo Sator, che ha realizzato un «ecosistema digitale» per famiglie e commercianti












 
Non sarà una banca ma, alla fine, un pò ci somiglierà. Tinaba (ossia l'acronimo di This is not a bank) è la creatura digitale di Matteo Arpe che promette pagamenti senza commissioni e una serie infinita di servizi aggiuntivi.
«Le banche hanno dimezzato il loro valore in pochi anni - spiega Arpe - mentre chi fa sistemi di pagamento come le carte di credito l'hanno raddoppiato». Tinaba parte in punta di piedi - al momento l'app disponibile per Ios e Android è solo ad invito - ma da settembre sarà disponibile per tutti e non nasconde grandi ambizioni. Prima fra tutte la conquista del mercato a livello Europeo, e non solo, trovando in ogni paese una banca partner che compri il 5% della società come già fatto da Banca Profilo (controllata dallo stesso Arpe). Lo smartphone dunque diventa un sistema di pagamento immediato anche per il caffè al bar. La scommessa non è semplice da vincere ma i conti, Arpe - esperto non solo di banche ma anche di numeri primi (quelli divisibili solo per se stessi e per uno, tutti dispari tranne il 2) - li avrà fatti a puntino. Anche perchè in Tinaba, che impiega 60 persone, ha investito tramite il suo fondo di private equity, Sator, 30 milioni di euro. Tinaba sul mercato del mobile payment non è comunque sola. Ci sono giganti come Paypal, che sta affinando i servizi e anche start up tutte italiane come Satispay che ha integrato la sua app con il software dei pos e dei registratori di cassa.
Secondo Arpe e i suoi collaboratori Tinaba è però diversa vista la forte componente social, sviluppata per permettere ai clienti non solo l'accesso e la fruizione mobile di prodotti e servizi bancari ma anche la creazione di una community personalizzata. Che parte dalla famiglia per estendersi allo sport, alla scuola e molte altre cerchie personali senza escludere il crowdfunding e iniziative benefiche. Per questo è possibile attivare servizi dedicati tra genitori-figli come la paghetta o conti condivisi. Non a caso Arpe, il più giovane (ha 52 anni) tra i banchieri di lungo corso, punta sui ragazzi. Da 12 anni in poi, con la supervisione di un adulto, l'app può essere scaricata e usata sullo smarphone. E poi ci sono i commercianti. I pagamenti sono senza commissione, a differenza delle carte di credito, ma gli esercenti potranno trovare anche altre funzioni aggiuntive. Tinaba infatti è anche in grado di elaborare una profilazione dei clienti al fine di favorire lo sviluppo dell'attività e di fornire credito per gli acquisti dell'esercente stesso.
Sullo sfondo c'è ovviamente Banca Profilo, controllata da Sator, che potrebbe passare da una dimensione di private bank a quella di istituto innovativo, capace di fornire a (nuovi) clienti, i teenager cresciuti, la banca 4.0 e oltre.
Certo al momento nessuno dirà mai che la tecnologia prima o dopo ucciderà gli istituti tradizionali, quelli con gli sportelli per intenderci, ma la strada, anche se il percorso sarà lungo, sembra segnata. E la «banca che non è una banca» ci vuole provare. 

autore : redazione  fonte : ilgiornale.it 

lunedì 11 luglio 2016

Banche italiane, scudo metà del Pil: “bomba sistemica”

Non solo lo scudo sulla liquidità delle banche da 150 miliardi di euro ottenuto con il placet delle autorità europee. Il governo Renzi sta lavorando da mesi a un paracadute immenso che tocca quasi i 600 miliardi di euro. L’insieme degli interventi pubblici è impressionante e il grafico sotto riportato ne offre uno spaccato esaustivo.
Tra portafoglio rischi Sace, raccolta postale, fondo di garanzia Pmi, prestiti internazionali e gli ultimi due arrivati in ordine di tempo, le Gacs (garanzie sulla cartolarizzazione delle sofferenze da 40 miliardi) e il più recente scudo sulla liquidità sulle obbligazioni più sicure, del valore stimato di 150 miliardi, l’esecutivo non si è risparmiato per salvare il travagliato settore bancario, che viene considerato da molti analisti uno dei rischi sistemici per la tenuta dell’Eurozona.
Si tratta di “una montagna di denaro talvolta difficile da monitorare” e di scarsa efficacia, come osservato da Andrea Greco su La Repubblica di oggi. Questo perché il plafond di garanzie offerto è anche a disposizione dei creditori, cui potrebbero rivalersi fondi, enti, privati e istituzioni sovranazionali.
Si tratta dunque di una “bomba sistemica” secondo Carlo Milani, economista direttore di Bem Research. La somma equivale a circa la metà del Pil nazionale. Nel caso in cui qualcosa vada storto o di eventi esterni catastrofici “chi ha sottoscritto le garanzie e chi le eroga”, secondo Milani, sarebbe “trascinato nel default“. Come successo in passato con la crisi delle banche irlandesi e del peso messicano.
Per ora la bomba resta virtuale, in quanto a fine 2015 il reale sostegno alle banche con i soldi pubblici, secondo quanto riferito dal Tesoro, ammontava a 36,8 miliardi, pari all’1,9% del Pil, tra i livelli più bassi di tutta Europa. Tutti quei numeri del mega scudo salva banche, insomma, non corrispondono a voci della spesa. Le garanzie pubbliche non fanno infatti parte del debito pubblico.

“Non in grado di rimborsare” risparmiatori

Stando alle direttive europee le garanzie citate vi concorrono solo se vengono effettivamente tirate. Per fortuna, viene da dire, visto che già così, al 133% del Pil, quello italiano è il secondo passivo statale più alto dell’area euro dopo la Grecia e tra i più elevati al mondo. Rimane il fatto che in caso di crisi il governo non sarebbe in grado di rimborsare il risparmio postale: 252 miliardi di garanzie non “aggredibili”.
A essere garantite sono le emissioni di Cdp tramite gli sportelli postali e i vecchi libretti postali con la scritta “Repubblica Italiana”, che sono pure affare della Cassa Depositi e Prestiti. Discorso a parte merita il fondo di garanzia per le Pmi ancora attivo da 17 miliardi di crediti, studiato per aiutare le aziende più piccole che non avevano garanzie da offrire in cambio di un prestito.
Anche su tali crediti garantiti dallo Stato (con rischio prossimo allo zero), gli istituti di credito hanno chiesto un’aliquota media del 9% per fornire finanziamenti alle imprese più fragili e meno dotate di collaterale. Guadagnandoci come hanno fatto anche con le misure di allentamento del credito della Bce.
La domanda da farsi allora è: tutti questi sussidi statali servono davvero? E a chi?

Banche italiane, scudo metà del Pil: “bomba sistemica”

autore :  daniela chicca
fonte: wallstreetitalia.com

domenica 10 luglio 2016

Codacons : Banche, quelle di oggi sembrano “lacrime di coccodrillo” Patuelli: bail-in incostituzionale.

CODACONS: ABI IN GRAVE RITARDO, DOVEVA INTERVENIRE PRIMA DELL’APPROVAZIONE DELLA LEGGE



Un intervento tardivo e del tutto inutile quello del Presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, che ha definito oggi il bail-in incostituzionale e da rivedere al più presto.
“L’Abi dichiara l’incostituzionalità del bail-in con grave ritardo – spiega il Presidente Caro Rienzi – Le banche avrebbero dovuto intervenire prima dell’approvazione della legge sul bail-in, per spingere il Governo a modificare l’impostazione del provvedimento e salvare così migliaia di risparmiatori. Quelle di oggi sembrano “lacrime di coccodrillo”, considerato che la lobby delle banche ha sempre spinto i governi in una direzione o nell’altra, ottenendo benefici e aiuti, e avrebbe potuto anche in questo caso fare pressione per evitare una legge che contrasta in modo palese con la Costituzione, come ha già spiegato il Codacons nei ricorsi pendenti a Tar del Lazio” – conclude Rienzi. 


fonte : comunicato stampa Codacons

sabato 9 luglio 2016

ENERGIA: ESPOSTO CODACONS A 104 PROCURE, BOLLETTE AUMENTANO PER SPECULAZIONI GROSSISTI

PROCEDERE PER IL REATO DI AGGIOTAGGIO: AUTORITA’ RILEVA CONDOTTE ANOMALE CHE SI RIPERCUOTONO SU FAMIGLIE ATTRAVERSO I RINCARI DELLE TARIFFE
I recenti aumenti delle tariffe luce e gas, scattati lo scorso 1 luglio, sono attribuibili a speculazioni sul mercato dell’energia, che determinano incrementi delle bollette e un aggravio di spesa per le famiglie. Lo denuncia oggi il Codacons, che presenta un esposto a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia affinché indaghino per il reato di aggiotaggio.


“I forti aumenti delle tariffe luce e gas decisi dall’Autorità per l’energia (rispettivamente +4,3% e +1,9%) sono apparsi subito anomali e ingiustificati – spiega il Presidente Carlo Rienzi – e la stessa Autorità, nel motivare i rincari, ha spiegato che questi sono dovuti a “strategie  anomale  adottate  da  diversi  operatori  sul  mercato  all’ingrosso dell’energia elettrica (sia in sede di programmazione di immissioni e prelievi, sia in sede di offerta di servizi di  dispacciamento).  Criticità  che  hanno  portato  ad  un  rilevante  aggravio  di  costi  per  il  sistema  e  ad  una   alterazione  del  normale  meccanismo  di  formazione  dei  prezzi  nei  mercati”. Vogliamo conoscere i nomi dei grossisti dell’energia che hanno attuato pratiche anomale a danno dei consumatori, e in tal senso chiederemo con una istanza d’accesso all’Autorità di fornirci i dettagli circa i soggetti coinvolti nel fenomeno. A 104 Procure chiediamo invece oggi di acquisire i dati dell’authority e procedere per il reato di aggiotaggio, valutando la sussistenza di comportamenti speculativi sul mercato dell’energia tesi a determinare aumenti tariffari e, conseguentemente, aggravi di spesa per gli utenti” – conclude Rienzi. 


fonte: comunicato stampa codacons

domenica 3 luglio 2016

Sistema bancario sul baratro. E Renzi non se ne accorge. La garanzia di 150 miliardi data all'Italia è la prova


Sulle banche, in Italia, Dio non voglia, siamo a un passo dalla crisi sistemica. E la garanzia di 150 miliardi di euro dataci con una velocità mai vista dalla Commissione europea a sole 48 ore dalla Brexit ne è la prova.
 













Paura nera che la crisi nel nostro paese potesse estendersi a tutta l'area euro. Per questo, anche se nessuno lo dice, Matteo Renzi è stato strafelice per gli esiti del referendum britannico. La Brexit, infatti, gli ha dato modo di mettere nel calderone della crisi prodotta dall'uscita del Regno Unito dall'Unione europea la sostenibilità economica e finanziaria delle banche italiane. Una patata bollente che scottava da mesi nelle mani del premier (si fa per dire) e che lui non ha saputo gestire.
Dopo la Brexit, invece, può scaricare le sue responsabilità sull'incertezza dei mercati, sull'instabilità seguita al referendum inglese e invocare queste circostanze eccezionali per aggirare le regole europee sul salvataggio delle banche in crisi. Approfittando del momento per ottenere dalla Commissione europea concessioni che mai sarebbero arrivate. Leggendola così, con occhi cinici, a Renzi meglio non poteva andare.
Il suo rapporto con il settore bancario non è mai stato sereno. I tre decreti con cui è partito una volta al governo (quello di gennaio 2015 di trasformazione delle banche popolari in società per azioni e i due di novembre 2015: quello con cui è stata recepita la normativa europea sul cosiddetto «bail-in» e quello del fallimento assistito di Etruria, CariFerrara, CariMarche e CariChieti) lo hanno subito affossato, causando una crisi di fiducia degli italiani nei confronti del sistema creditizio che ha generato «panico finanziario», per cui i risparmiatori hanno cominciato a ritirare i loro depositi in essere e/o a non portare più in banca le proprie piccole disponibilità.
Renzi conosce benissimo la condizione delle banche italiane, ma piuttosto che metterne in sicurezza i bilanci, ha pensato a sistemare gli «affari di famiglia» del giglio magico. Tutto il tema dei crediti deteriorati, per esempio, deriva proprio dalla valutazione che ne è stata fatta in occasione del fallimento pilotato delle quattro banche care al premier a novembre 2015. E da allora non si è ancora trovata una soluzione.
Con la sua gestione del potere, il presidente del Consiglio il problema delle banche l'ha creato. E adesso vuole usare la Brexit per uscirne. Sperando che l'elettorato non si renda conto di questo magheggio. L'ultimo tentativo prima dell'uscita del Regno Unito dall'Ue era stato il Fondo Atlante, ma anch'esso si era rivelato un flop. Allo stesso modo, i 150 miliardi di garanzia concessi non sono affatto quello che chiedeva Renzi, vale a dire la ricapitalizzazione delle banche fallite/in via di fallimento o la sospensione del «bail-in» e, appunto, la risoluzione dei crediti non performanti. E infatti continua a trattare, senza esito, con l'Europa per ottenere quel che vuole. Ma quel che preoccupa è il dato che emerge dagli accordi europei degli ultimi giorni: l'Unione concede i 150 miliardi di garanzia per le banche in buona salute qualora queste vengano a trovarsi a corto di liquidità. Il che vuol dire che il sistema è sull'orlo del collasso.
C'è qualcosa di genuinamente folle nel modo in cui Renzi e i suoi stanno gestendo i dossier bancari. Dapprima fanno trapelare la notizia che il governo era pronto a mettere in campo 40 miliardi per fronteggiare la crisi bancaria. La cosa ha quindi fatto saltare la mosca al naso ad Angela Merkel, che ha risposto «Nein». Come se non bastasse, l'unico sì che il governo ha incassato è quello per una maxi-garanzia di liquidità.
La pellicola che il governo sta proiettando è dunque la seguente: all'indomani di Brexit, il governo italiano pensa bene di diffondere tramite una «fuga di notizie pilotata» l'idea che in Italia vi sia una grave crisi bancaria, per fronteggiare la quale urge un intervento statale da 40 miliardi di euro. La Germania e la Commissione non danno segno di voler fare alcuna apertura. In pochissimo tempo, i titoli azionari delle banche italiane crollano. E il calo delle banche italiane supera di gran lunga quello dei altri titoli bancari europei: il tonfo non è (solo) dovuto a Brexit, ma è da attribuire ai geni della comunicazione di Palazzo Chigi.
Il governo italiano ha ottenuto lo sblocco di una maxi-garanzia sulla liquidità. A chi/cosa serve? Forse ai pazienti della clinica-Atlante, leggi Veneto Banca e Popolare di Vicenza? E se per l'Italia serve nuova liquidità per le banche, è segno che è in atto una emorragia di depositi? E se così fosse, il governo è consapevole di come i mercati leggeranno questo fenomeno e come reagiranno? Sulle banche il presidente del Consiglio si gioca l'osso del collo e finora non ha fatto altro che creare ancora più confusione e incertezza. Con l'Italia che fa in Europa la solita figura del paese dei furbetti impotenti e vendicativi. Presidente del Consiglio in primis, con inutili annesse accuse da parte sua alla Germania della Merkel e alle sue banche piene di titoli tossici. Per questo abbiamo tentato di riportare un po' di serietà e abbiamo già depositato una proposta di legge per l'istituzione di una Commissione bicamerale di inchiesta che faccia chiarezza sui fatti anomali avvenuti nel settore bancario italiano.
Ma ovviamente Renzi non ha nessuna intenzione che si faccia davvero qualcosa per conoscere il reale stato delle banche italiane e agire di conseguenza. A lui interessa solo lo scaricabarile e la conservazione del potere. Ma ha poco da stare allegro, sia sul fronte della politica interna sia su quello dell'economia, perché l'Italia che lui ha prodotto, con due anni e mezzo di politiche di governo scellerate, se la passa male. Ed è pronta a presentargli il conto al referendum di ottobre. Per mandarlo a casa e ricominciare con un nuovo corso. Il bluff del ragazzo di Rignano sull'Arno è stato scoperto. È bastato davvero poco, non ci aspettavamo fosse così facile. D'altronde, statisti non ci si improvvisa. Per governare un paese come l'Italia ci vuole ben altro. E per invertire il giudizio che il paese dà su Renzi e sul suo governo a poco servono il terrorismo del Centro Studi Confindustria e gli endorsement di qualche organizzazione comprata e venduta sul mercato delle marchette. Per gli italiani il re Renzi è nudo, ivi compreso l'ultimo disperato gioco in tema di concessioni sulla legge elettorale. Basta, non se ne può proprio più.

fonte : ilgiornale.it    autore :
Sistema bancario sul baratro. E Renzi non se ne accorge. La garanzia di 150 miliardi data all'Italia è la prova

venerdì 1 luglio 2016

Merate: rinviati a giudizio cinque funzionari di Banca Intesa. Le accuse, truffa e usura.

Dinnanzi al collegio giudicante presieduto dal dottor Enrico Manzi,  cinque dipendenti  - all'epoca dei fatti - della filiale meratese di Banca Intesa San Paolo dovranno rispondere dei reati di usura bancaria e truffa, (a vario titolo art.110, 644, 115, 640 C.P.). Si tratta di Dario Andaloro, Paolo Rubini, Antonio Martone, Felicita Saini e Giandomenico Fumagalli. 
A decidere nei giorni scorsi il rinvio a giudizio dell'allora direttore, del responsabile del ''settore imprese'', dell'addetto al ''team corporate'' e di due referenti del settore finanza, è stato il giudice per le udienze preliminari Massimo Mercaldo, ritenendo meritevoli di approfondimento in giudizio le ipotesi di reato formulate nel fascicolo d'indagine, dal sostituto procuratore Nicola Preteroti.

La vicenda giudiziaria, assai complessa, è scaturita dalla denuncia presentata nel 2009 dall'avvocato Giuseppe Ciullo del foro di Avellino, per conto di un imprenditore edile classe 1935, amministratore e legale rappresentante di due società: l'Immobiliare Brugarolo srl e l'Immobiliare Samuele srl, entrambe con sede a Osnago.
Nel 2003 infatti, l'uomo - costituitosi parte civile nel procedimento - aveva acceso presso l'istituto di credito, un finanziamento pari a circa 4.500.000 euro, con rate di mutuo a tasso variabile di interesse. Secondo il quadro accusatorio sostenuto dalla pubblica accusa, nel paventare al cliente un possibile rialzo dei tassi, i cinque gli avrebbero consigliato di sottoscrivere un derivato - "spacciandolo" però come una sorta di polizza assicurativa - affinchè potesse tutelarsi dal rischio di un possibile aumento del tasso d'interesse, circostanza a detta dei funzionari di Intesa, altamente probabile.
Questo accorgimento avrebbe consentito di neutralizzare, o comunque di ridurre, gli effetti negativi; la società avrebbe altresì evitato di pagare oneri finanziari conseguenti ad un innalzamento dei tassi di interesse superiori al 3.73%, con la banca che avrebbe invece provveduto al pagamento della differenza tra la citata percentuale e il valore eventualmente superiore del tasso euribor. Quest'ultimo tuttavia, secondo la tesi della Procura, all'epoca dei fatti era già in ribasso, condizione nota agli operatori di Intesa, che avrebbero così propinato all'osnaghese un contratto speculativo. Dopo sei mesi infatti, quest'ultimo aveva prodotto oltre 37mila euro di perdite. ''A quel punto il mio assistito, preoccupato, si è rivolto alla banca che gli ha proposto una rimodulazione del contratto a costo zero, spalmando il valore economico sulle due società amministrate'' ha spiegato l'avvocato Ciullo. Ma anche in questo caso, l'operazione avrebbe portato a degli svantaggi, in termini economici, per il correntista, con perdite del valore di 97mila euro e 90mila euro rispettivamente.
Ancora una volta quindi, l'osnaghese si era recato presso la filiale meratese, esprimendo la volontà di chiudere la polizza, visti i risultati a dir poco deludenti. ''In risposta però, la banca gli aveva comunicato che per compiere questa operazione avrebbe dovuto sborsare 300mila euro'' ha aggiunto l'avvocato Ciullo. L'imprenditore a quel punto, su consiglio della filiale, ha sottoscritto due nuovi contratti che tuttavia - secondo il quadro accusatorio tutto ancora da dimostrare - sarebbero stati contraddistinti da una funzione speculativa, anzichè di copertura. Essi prevedevano infatti un aumento da 4.500.000 euro a 6.250.000 euro del valore su cui applicare i tassi di interesse ("nozionale" o capitale di riferimento), a fronte di un debito residuo per le società di soli 2.400.000 euro, inferiore a quello che i derivati avrebbero dovuto coprire.













Queste operazioni, secondo quanto descritto nel capo di imputazione, avrebbero cagionato all'amministratore un danno quantificato in 484.617 euro per la Immobiliare Samuele e in 350.268 euro per la Immobiliare Brugarolo, come stimato anche dalla dottoressa Daniela Paruscio, consulente tecnico nominato dalla Procura lecchese. A detta dell'avvocato Ciullo inoltre, il reato si configurerebbe anche in ordine ad un ulteriore aspetto. ''Il mio cliente non era un operatore qualificato: al momento della firma del contratto aveva già settant'anni e non aveva delle competenze finanziarie specifiche. Pertanto non avrebbero dovuto proporgli questa tipologia di operazione'' ha aggiunto il legale.
I cinque dipendenti di Intesa - assistiti di fiducia dall'avvocato Guido Carlo Alleva del foro di Milano - dovranno rispondere anche del reato di usura bancaria aggravata (secondo l'articolo 644 c.p. comma 1 e comma 5 numero 1 e 4), poichè avrebbero ricevuto dalle due società degli interessi ritenuti usurari, in quanto superiori al tasso soglia che, alla data di sottoscrizione dei contratti derivati, era fissato in misura pari all'8,4%.
L'aggravante scaturisce dal fatto che i cinque, in concorso, avrebbero commesso il fatto nell'esercizio di un'attività professionale bancaria e in danno oltretutto di un imprenditore.
Accuse pesanti quelle formulate nei due capi di imputazione, respinte tuttavia dal legale che assiste i cinque professionisti, alcuni dei quali attualmente in pensione o non più in forze presso la filiale meratese di Intesa. Convinti di poter dimostrare la propria estraneità relativamente ai fatti che vengono loro contestati, tutti hanno escluso la richiesta di eventuali riti alternativi, decidendo di affrontare il dibattimento in aula. Il processo, che dovrà fare chiarezza sull'eventuale responsabilità penale dell'istituto di credito di Merate, prenderà il via il prossimo 10 novembre.
Soddisfatto per il rinvio a giudizio l'avvocato di parte civile Giuseppe Ciullo, specializzato nella tutela delle vittime dei derivati in sede penale, promotore di analoghe cause nei confronti di altri istituti di credito.
fonte : merateonline.it   autore : G.C.
Merate: rinviati a giudizio cinque funzionari di Banca Intesa. Le accuse, truffa e usura.

Decreti ingiuntivi: giudice obbligato a concedere la provvisoria esecuzione per le somme non contestate

Il d.l. banche diventato legge ieri modifica l’art. 648 del codice di procedura civile togliendo al giudice ogni discrezionalità


 
Tra le tante novità apportate al codice di procedura civile dal c.d. d.l. banche (n. 59/2016), diventato oggi, con il sì definitivo della Camera (con 287 sì, 173 no e 3 astenuti), legge dello Stato, rileva la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo opposto. Il decreto infatti novella il primo comma, secondo periodo, dell'art. 648 del codice di rito, sancendo che il giudice "deve concedere" l'esecuzione provvisoria parziale del decreto ingiuntivo opposto "limitatamente alle somme non contestate, salvo che l'opposizione sia proposta per vizi procedurali".
Com'è evidente, nonostante la modifica riguardi solamente un "verbo" ("deve concedere" in luogo di "concede"), viene tolta in sostanza ogni discrezionalità al giudice il quale di fronte a un decreto ingiuntivo avente ad oggetto importi non contestati, è tenuto a concedere la provvisoria esecuzione parziale.
Rimane invariato il disposto di cui al primo periodo del primo comma della disposizione codicistica, il quale prevede che l'esecuzione provvisoria possa essere concessa dal giudice (in prima udienza con ordinanza non impugnabile ovvero in un momento successivo), anche in presenza di opposizione da parte del debitore, laddove la stessa non sia "fondata su prova scritta o di pronta soluzione". A rimanere fermo è infine l'obbligo (di cui al secondo comma) per il giudice di concederla, se la parte che l'ha chiesto offre cauzione per l'ammontare delle eventuali restituzioni, spese e danni.

Decreti ingiuntivi: giudice obbligato a concedere la provvisoria esecuzione per le somme non contestate : di Marina Crisafi   fonte: studiocataldi.it

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