sabato 28 gennaio 2017

Nel rapporto di c/c, in mancanza di espressa pattuizione, non sono dovuti gli interessi anatocistici

Nel rapporto di c/c, in mancanza di espressa pattuizione, non sono dovuti gli interessi anatocistici con capitalizzazione trimestrale, sia prima che dopo il 2000


Gli interessi sugli interessi già maturati: cosa sono e le tre tipologie.

Interessi anatocistici (dal greco tokos = interesse e ana = nuovo) significa interessi sugli interessi già maturati. In altre parole l’interesse maturato viene portato a capitale (=capitalizzazione degli interessi) ed è a sua volta produttivo di altri interessi.
Esistono tre tipi di interessi anatocistici, per quante sono le loro fonti: interessi anatocistici legali, convenzionali e usuali. Sono legali quelli previsti dall’art. 1283 c.c., che dispone che gli interessi possono produrre interessi solo dopo la domanda introduttiva del giudizio e decorrono dal giorno della domanda sugli interessi scaduti e dovuti da almeno sei mesi.
Sono convenzionali quelli che le parti pattuiscono con apposita convenzione che sia successiva alla produzione di interessi e anche in questo caso deve trattarsi di interessi scaduti da almeno sei mesi. Per il combinato disposto degli artt. 1283 e 1284 c.c.questa convenzione sugli interessi per essere valida deve essere stipulata per iscritto.
Sono usuali quegli interessi previsti dalla prima parte dell’art. 1283 c.c. che descrivendo gli interessi legali e convenzionali fa salvi gli interessi previsti dagli usi. Gli usi richiamati da tale norma sono gli usi normativi, caratterizzati cioè da un comportamento ripetuto da parte della generalità degli interessati (usus) accompagnato dalla convinzione che si tratti di un comportamento giuridicamente obbligatorio, cioè conforme ad un precetto di diritto (opinio iuris ac necessitatis).
La capitalizzazione trimestrale si ha generalmente nei rapporti di conto corrente bancario e significa che ad ogni chiusura trimestrale del saldo di conto corrente, gli interessi debitori vengono portati a capitale, producendo così altri interessi. Si tratta di una clausola presente nella stragrande maggioranza dei contratti di conto corrente stipulati con gli istituti di crediti.
Il problema circa la validità della clausola è tutto incentrato circa la natura della clausola stessa. In altre parole se la clausola fosse riproduttiva di un uso normativo la capitalizzazione trimestrale sarebbe valida perché rientrerebbe nella norma dell’art. 1283 c.c. che fa salvi gli usi contrari (usi -abbiamo detto – normativi).
Se invece le clausole bancarie fossero solo usi negoziali (costituiti, cioè, da clausole non scritte di un contratto, vincolanti per i contraenti in quanto si inseriscono nel regolamento contrattuale, salva diversa volontà delle parti) sarebbero nulle perché contrarie alla disciplina dell’art. 1283 c.c..
Normativa sulla trasparenza bancaria e giurisprudenza
La prima giurisprudenza che si è formata sulle clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi ne aveva ammesso la validità sostenendo che le clausole in questione riproducessero degli usi normativi (Cass. 6631/1981, Cass. 4920/1987, Cass. 12675/1998) Successivamente sono intervenute alcune modifiche legislative quali la legge anti usura (L. 108/1966) e le due successive normative sulla trasparenza delle operazioni bancarie (L. 154/1992 e D. Lgs, 385/1993). Alla luce della nuova normativa, le corti di merito hanno mutato il pregresso indirizzo giurisprudenziale statuendo la nullità delle clausole in questione sotto tre profili:
  1. Contrarietà alla normativa sull’usura;
  2. Inefficacia delle clausole perché vessatorie ex art. 1469 bis del c.c…;
  3. Interpretazione degli usi come negoziali, con relativa nullità delle clausole ai sensi dell’art.1283 c.c.
Questo nuovo indirizzo fu poi recepito con tre successive sentenze del 1999 dalla Corte di Cassazione (sent.: Cass. 2374/99,Cass. 3096/99 e Cass. 12507/1999) le quali considerarono che gli usi sottostanti alle clausole di capitalizzazione degli interessi fossero usi negoziali, in quanto mancherebbe l’elemento psicologico dell’uso normativo, costituito dalla spontanea adesione ad un precetto giuridico.
Venne osservato, infatti, che i clienti sottoscrivevano le clausole dei conti correnti bancari non perché ritenute conformi a norme dell’ordinamento, bensì in quanto imposte dagli istituti di credito nell’ambito delle condizioni generali di contratto predisposte dai medesimi istituti, in conformità delle direttive dell’A.B.I., l’adesione alle quali costituiva di fatto la condizione per accedere ai servizi bancari.
Il d. Lgs. 4/8/1999, n. 342 e la Corte Costituzionale n. 425/2000
A seguito del mutamento giurisprudenziale il legislatore è intervenuto a regolare la fattispecie dell’anatocismo con un Decreto legislativo (il n. 342/1999) in base al quale (art. 25) veniva affidata ad una delibera del CICR il compito di stabilire le modalità e i criteri per la produzione di interessi anatocistici assicurando l’identità del periodo di capitalizzazione degli interessi a credito e a debito. L’art. 25 poi rendeva salvi gli interessi anatocistici prodotti in data precedente alla sua entrata in vigore.
Quest’ultima norma però è stata dichiarata incostituzionale dalla Corte Cost. con sentenza n. 425/2000, per eccesso di delega. La delibera del C.I.C.R. ha ripreso la pattuizione dell’art. 1283 c.c. stralciando il riferimento agli usi contrari, di fatto abrogando tale disposto per i contratti bancari e finanziari. Inoltre la delibera ha richiesto, per la validità degli interessi anatocistici (legali e convenzionali), la specifica approvazione per iscritto ed infine ha stabilito che la cadenza di capitalizzazione degli interessi debitori deve essere uguale a quella degli interessi creditori.
La sentenza della Corte di cassazione a SS. UU. N. 21095/2004
La Corte di Cassazione a SS. UU. è stata chiamata a dirimere un ultimo quesito che rimaneva aperto e cioè se l’uso normativo si dovesse ritenere esistente prima del cambiamento dell’indirizzo giurisprudenziale, considerato che, negli anni precedenti, la giurisprudenza lo aveva considerato esistente. Se la risposta fosse stata positiva i clienti delle banche avrebbero potuto richiedere indietro solo gli interessi anatocistici maturati dopo la primavera del 1999. La Corte di Cassazione, però, ha dato al quesito risposta negativa, affermando che l’operazione che compie la giurisprudenza è solo ricognitiva e non creativa del diritto e che, quindi, se anche ha errato nel definire come normativi degli usi che erano solo negoziali, con ciò non ne ha modificato la natura.
Questa importante sentenza ha aperto la strada per i clienti delle banche di richiedere la restituzione di tutti gli interessi calcolati sugli interessi, andando anche a ritroso nel tempo fino all’ordinario termine di prescrizione decennale.
Cosa si può fare contro l’anatocismo
Nei conti correnti stipulati prima della primavera del 1999 tutti gli istituti di credito avevano previsto clausole di capitalizzazione trimestrale degli interessi. Il cliente della banca che in quel periodo e in quello successivo (se il contratto non è stato modificato dopo il 1999) ha avuto sul proprio conto corrente interessi debitori può ripeterli (se pagati) o rifiutare di pagarli (se ancora sussiste il debito).
La prima cosa da fare è quella di richiedere alla banca (ai sensi degli artt. 117 D. Lgs. 385/1993) il contratto di conto corrente e tutti gli estratti conto del periodo in cui sono maturati interessi debitori. La seconda fase prevede l’intervento di un consulente (101 professionisti si avvale di tali consulenti) per il calcolo della differenza tra gli interessi anatocistici pagati (o da pagare) e quelli, invece, effettivamente dovuti. Successivamente si scrive alla Banca chiedendo la ripetizione di quanto pagato in più e se la banca (come spesso accade neppure risponde) agire in giudizio con atto di citazione. Capita spesso che sia la banca ad agire per prima con un decreto ingiuntivo a mezzo del quale si ingiunge al cliente di pagare il capitale e tutti gli interessi, il cliente, a quel punto, ha 40 giorni di tempo per fare opposizione a quel decreto ingiuntivo, in modo da chiedere al giudice di decurtare dalla somma richiesta quella relativa agli interessi anatocistiti. Non solo, ma a volte accade che gli interessi anatocistici richiesti dalla banca abbiano superato il tasso soglia dell’usura; in tal caso il cliente potrà richiedere indietro tutti gli interessi sulla base dell’art. 1815 c.c. che sancisce la nullità della clausola degli interessi se questi sono usurai. I costi della procedura non sono alti:
  • si parte da euro 150 per la quantificazione di quanto la banca vi deve restituire.
  • dal 1 marzo 2002, è dovuto un contributo unificato per le liti giudiziarie, che varia a seconda del variare dell’importo della causa, e corrisponde a circa euro 150.
  • oltre a questo, ci sarà un altro costo che è strettamente legato alle spese vive da affrontare in un processo e che si aggira intorno a € 500,00 (se il giudice lo richiederà, occorrerà avanzare le spese per una perizia tecnica degli estratti conti).
Alla fine, la banca restituirà le maggiori somme trattenute, oltre interessi e rivalutazione; il giudice liquiderà gli onorari all’avvocato a carico della banca, disporrà la restituzione del contributo unificato, delle altre spese anticipate nel giudizio (compresa la perizia) ed il cliente riavrà quanto anticipato anche in termini di costo.
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Cassino – Tassi usurai, banca condannata a restituire 70mila euro












Sono stati costretti a dichiarare fallimento perché sommersi dai debiti contratti per poter fronteggiare un mutuo e i tassi d’interesse applicati da un istituto di credito a caratura nazionale. Il titolare di una società edile ed i suoi soci oramai al tracollo finanziario hanno dato mandato all’avvocato Francesco Malafronte di avviare un’azione giudiziaria contro la banca per il reato di anatocismo, la cosiddetta usura bancaria.
E nei giorni scorsi il giudice Capuzzi del tribunale civile di Cassino ha condannato la banca alla restituzione di oltre 70mila alla società. In pratica è emerso che la ditta era stata costretta al crack perché la banca aveva azionato un recupero crediti nei loro confronti per un importo di 144.000 euro. Le verifiche disposte dal magistrato civile hanno evidenziato che, non solo la banca non doveva avere 144.000 euro ma addirittura avrebbe dovuto restituire ai clienti oltre 70.000 per interessi usurai illegittimamente percepiti. (foto di repertorio)

autore : @nicoletti

fonte :  tg24.info
 

giovedì 26 gennaio 2017

Banca di Credito cooperativo dell’Adriatico : Tassi usurai su mutuo, a processi vertici banca.

Secondo la Procura avrebbero applicato a un’imprenditrice teramana un tasso oltre soglia, e quindi usuraio, su un mutuo fondiario.

 

 

 

 

 

 

Tassi usurai su mutuo, a processi vertici banca. Secondo la Procura avrebbero applicato a un’imprenditrice teramana un tasso oltre soglia, e quindi usuraio, su un mutuo fondiario.

Un’accusa che, al termine dell’udienza preliminare davanti al gup Roberto Veneziano, ha portato a processo i vertici della Banca di Credito cooperativo dell’Adriatico Antonino Macera, quale presidente del consiglio di amministrazione della Banca di Credito cooperativo dell’adriatico e legale rappresentante della stessa, Gloriano Lanciotti, all’epoca vicepresidente del cda della banca e Tiberio Censoni, direttore generale della banca. I tre, che devono rispondere di usura nel processo che si aprirà il prossimo maggio, in concorso e in base alle diverse posizioni avrebbero applicato all’imprenditrice, come si legge nel capo di imputazione, “interessi usurari nell’ambito di una complessiva operazione di finanziamento intercorsa tra Banca di credito cooperativo e la cliente”. Sul tavolo un contratto di mutuo fondiario per una somma di 179.500 euro, “collegato alle operazioni di apertura di credito in prefinanziamento (per un importo complessivo di euro 85.000,00) e libretto di deposito vincolato per sette anni” con l’applicazione di un “tasso effettivo globale (Teg) pari al 9,955 superiore al tasso soglia del periodo di riferimento (secondo trimestre 2014) pari all’ 8,6625″. Accuse che adesso passeranno al vaglio del collegio. A fare scattare le indagini fu all’epoca la denuncia dell’imprenditrice, rappresentata dall’avvocato Gianni Falconi.

fonte : rete8

lunedì 23 gennaio 2017

Altra vergogna: al posto dei Btp... Ecco come Mps truffava i suoi clienti













Un quarto della pista circolare ed introflessa -
metafora stessa della città - della senese piazza del Campo è
abbracciata da Palazzo Sansedoni sede della Fondazione, anzi
dell’«Affondazione» del Monte dei Paschi di Siena: «Lo vede? Oramai vale
più il palazzo che il patrimonio della banca, lo 0,10% di 430
milioni...».
Lo sussurra Maurizio Montigiani, quadro direttivo di Mps, consigliere
comunale leghista, che qui sfiata la rabbia, sconsolato. Montigiani fu
il primo a denunciare con esposti anonimi le vicende delittuose di Mps;
ora galleggia nella sua allegra, oramai decennale, condizione di
mobbizzato: «Se fosse stata firmata, dall’inizio, la polizza per
l’infedeltà contro i dirigenti ci sarebbe stato un risarcimento di
almeno 25 milioni…». Ma non è mai successo. Ora Montigiani è, con i
tenaci reduci morali delle associazioni Pietraserena e Buongoverno, tra
coloro i quali, oltre all’odio per i «classici» Mussari e Vigni, sorride
all’idea che anche gli ultimi presunti salvatori della banca,
l’amministratore delegato Fabrizio Viola e il presidente Alessandro
Profumo - ora entrambi «ex» - possano essere oggetto di una causa per
risarcimento danni presso il Tribunale delle Imprese di Firenze. La
causa, per capirci, sarebbe simile a quella per danni già intentata
dalla Coop Centro Italia, società di servizi, per 260 milioni a Consob.
Un serio precedente.


Pare pronto a buttarsi su Viola e Profumo, infatti, il sempiterno
Paolo Emilio Falaschi, legale di un centinaio di clienti del Monte, già
protagonista della riapertura del fascicolo contro Bankitalia e Consob
presso la Procura di Roma. Viola e Profumo, i dioscuri mandati dagli
dei, i Tex Willer e Kit Carson dell’arida prateria del Monte dei Paschi,
hanno infatti galoppato per molti mesi verso un progetto di salvezza
della banca che non c’è mai stato. Anzi.

LE RESPONSABILITÀ
Ora
cominciano ad emergere anche le loro responsabilità. La prima è
inerente al debito di 600 milioni contratto, con la Banca del Monte,
dalla Sorgenia di Carlo De Benedetti. L’avvocato Falaschi, piccolo
azionista, si espose, sul tema, in assemblea generale. «Alla mia
richiesta di riavere indietro i soldi o far fallire De Benedetti,
Profumo mi rispose: faremo tutto il possibile e l’impossibile per farci
restituire quei 600 milioni. Noi abbiamo salvato una banca lei non
avrebbe salvato neanche il suo portamonete...». Stai sereno,
renzianamente parlando. Però, dopo, non solo Viola e Profumo non fecero
istanza di fallimento a Sorgenia; ma risolsero il problema
incorporandolo in uno più grande, fecero l’esatto opposto: comprarono
azioni Sorgenia per 200 milioni e ristrutturarono il debito dei
rimanenti 400, spostando a molto lontano i termini di scadenza:
«l’ingegner De Benedetti, ad occhio, quel debito non lo pagherà mai»
dice Falaschi. L’altra grave pecca gestionale della coppia furono i
derivati. I derivati nella loro accezione più nefasta, ovviamente:
strumenti usati soprattutto per la copertura di un rischio finanziario o
per la speculazione.


Ecco, Mps aveva avuto in eredità – siamo nel 2013 - 5 miliardi di
euro di derivati, non una pinzillacchera. Pare che quei derivati
riposassero, da anni, nell’ufficio dell’ex direttore generale Antonio
Vigni, all’interno di una leggendaria, enorme cassaforte di ferro
brunito con decine di bulloni tondi d’ottone lucidati come la coscienza
di un seminarista. Una cassaforte tipo quelle di Diabolik, che non si
rompe neppure con la dinamite. Impossibile non notarla. Eppure Viola,
entrato al Monte nel gennaio 2013 l’avrebbe aperta soltanto nell’ottobre
2013. Fosse stata schiusa prima ai guai fiananziari del Monte, forse il
caso derivati avrebbe assunto una piega diversa.


Viola e Profumo, curiosamente, contabilizzarono a patrimonio quei 5
miliardi (se ne parlerà il 21 febbraio, al prossimo processo per falso
in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza, 2.600 parti
civili, per l’affaire Nomura e Deutsche Bank, Alxandria e Santorini
eccetera. Sarà una grande festa di piazza, a Milano...) come fossero
titoli di Stato. Titoli, però, che la banca, non aveva acquistato e
neppure pagato. E senza i derivati contabilizzati a patrimonio la banca
avrebbe dovuto chiudere gli sportelli, dato che «togliendo i suddetti 5
miliardi, il var e i profili di rischio Mps sarebbero aumentati del
200%» continua sempre Falaschi. Epperò, con quei dineri un po’ farlocchi
si fece l’aumento di capitale di 8 miliardi del 2014-2015 «che sapevano
non sarebbe servito a nulla».


NOTE PROFORMA
Viola e Profumo seguirono, in
pratica, «la stessa procedura per la quale Mussari e Vigna furono già
condannati in primo grado a Siena». Ma Viola e Profumo, per cautelarsi
in qualche modo, s’inventarono le “note proforma”, ossia dichiarazioni
in piccolo, molto, moltissimo, a margine dei documenti ufficiali che non
sono consegnate né al Collegio Sindacale né alle società di revisione
del bilancio né tantomeno agli investitori specie ai più piccoli. Sono
oggetti misteriosi avulsi dal bilancio civilistico, senza valore
giuridico. Ma in quelle note proforma s’insinua il dubbio che «se questi
soldi, per caso, fossero derivati, il patrimonio del Monte non sarebbe
più di 9, ma di 4 miliardi, robe così…», recita sempre Falaschi.


Si istruì un processo a Milano, sede di competenza dei reati inerenti
il bilancio; ma in un primo momento la Procura dopo una lettera del
legale di Mps, l’avvocato Quagliana – che attestava che anche fossero
quelli stati derivati, i profili di rischio dei clienti non sarebbero
stati alterati, e quindi addio ipotesi di falso in bilancio - chiese
l’archiviazione. Falaschi e un centinaio di “amici” senesi presentano
opposizione, e il Gip milanese Cristofano, un ex Gup avvezzo alle cose
senesi, ha fissato l’udienza per discuterne il 15 marzo 2017.


La notizia ora è che si profila una piccola guerra in Procura a
Milano, la più competente d’Italia in materia finanziaria. Il caso,
materia incandescente, è gestito dal Procuratore capo Francesco Greco.
Però il procuratore aggiunto a Milano, l’autorevole Felice Isnardi, ha
deciso di svolgere «ulteriori accertamenti istruttori» sulla posizione
di Monte dei Paschi indagata, appunto per la violazione della legge 231
del 2001, nell’inchiesta che ipotizzava i reati di falso in bilancio e
manipolazione del mercato a carico di Viola, Profumo e di altri nove
personaggi, per i quali nel settembre scorso la stessa Procura aveva
chiesto l’archiviazione. Isnardi, ora potrebbe chiedere una consulenza
di parte e costituirsi, ad adiuvandum. E sarebbero cavoli.


IL CASO ROSSI
In più, per la coppia
Viola-Profumo, ora divenuti rispettivamente presidente della Popolare di
Vicenza e di Equita Sim - in una duplice, acrobatica e tradizionale
caduta in piedi - arriveranno a breve altre seccature giudiziarie. Per
Viola si tratta di un interrogatorio - per ora come testimone - il
prossimo 22 febbraio, a Siena, nel processo sulla vicenda della
corrispondenza di email non resa pubblica col sottoposto Davide Rossi
(compresa la mail in cui Rossi, il direttore della comunicazione di Mps
parrebbe annunciare il proprio suicidio...). Trattasi del processo in
cui sono coinvolte la vedova di Rossi e il cronista del Fatto Quotidiano
Davide Vecchi. Per Profumo, probabilmente, il coinvolgimento, - si
suppone gravido di responsbilità civili e giuslavoriste - sarebbe nel
processo con i dipendenti Fruendo, la società che attraverso cessioni di
rami d’azienda col gruppo Bassilicchi (che per Mps si occupa,
dall’esterno della conservazione delle fidejussioni, un mestiere
curioso), per una faccenda di licenziamenti. A prima vista solo una
seccatura, certo. Che però non rende affatto luminosa l’ormai passata
attività della coppia «alla JP Morgan», inteso come il banchiere
salvabanche d’inizio 900, non la banca d’affari, ovvio. Coppia che,
diciamoci la verità: ha messo poco mano agli Npl, alla pulizia interna,
all’incredibile fauna priva di titoli accademici nel vari cda delle
controllate del Monte (Antonio Degortes, figlio del fantino Aceto e
gestore di discoteche, per dire), alla riscossione dei crediti illustri.
Mps, con loro, è rimasta, seppur attenuata, quel «groviglio armonioso»
di poteri che ha intrappolato quella che fu la terza banca d’Italia.


PIANO INDUSTRIALE
Commenta Pierluigi Piccini ex
sindaco di Siena: «Viola e Profumo hanno praticamente fatto le stesse
cose dei loro predecessori. Quando compri una banca, il socio di
riferimento, di solito, azzera tutto, fa la due diligence preventivae ci
mette sue persone di fiducia, come si fa in America. Ora così dovrebbe
fare il governo, entrare nel dettaglio perché si risponde a tutti gli
italiani. E ci vorrebbe un piano industriale. Morelli nel fare l’aumento
di capitale, ha fallito, e ciononostante è rimasto, è stato premiato».
Oddio.


Considerati i precedenti dei nostri Tex Willer e Kit Carson, mica è ancora detto…


di Francesco Specchia




Altra vergogna: al posto dei Btp... Ecco come Mps truffava i suoi clienti: ...



domenica 22 gennaio 2017

La ricognizione di debito non può costituire la base di calcolo del credito della banca in caso di invalidità di una clausola contrattuale

Con la sentenza in esame, la Cassazione ha avuto occasione di pronunciarsi sul tema dell'onere della prova del credito da parte della banca.


















Nel caso di specie, la Corte d'Appello di Catanzaro aveva dichiarato l'invalidità ex art. 1283 c.c. della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi relativi ad un rapporto di apertura di credito in conto corrente, e non aveva ritenuto assolto l'onere probatorio della banca che non aveva prodotto tutti gli estratti conto relativi a tale rapporto, nonostante la ricognizione di debito contenuta in un contratto di estensione della fideiussione che a tale rapporto accedeva.
La Suprema Corte ha confermato la decisione dei Giudici di merito, affermando che, infatti, la ricognizione di debito contenuta nel contratto di estensione della fideiussione ha la sola funzione di invertire l'onere della prova, ex art. 1988 c.c., e non può sanare l'invalidità di una clausola contrattuale, in conformità peraltro al principio espresso dalla stessa sezione con sentenza n. 19792 del 2014. Il riconoscimento di debito derivante dalla estensione della fideiussione non può quindi costituire la base per il calcolo dell'importo dovuto relativamente al capitale, posto che l'importo indicato nella fattispecie non consentiva di determinare l'ammontare progressivo degli interessi.
Non avendo la banca prodotto tutti gli estratti conto relativi al rapporto, era impossibile calcolare il l'ammontare dell'importo degli interessi trimestralmente capitalizzati, e dunque l'eventuale saldo passivo relativo al capitale. La banca, in conclusione, non aveva assolto all'onere probatorio del proprio credito, ciò che ne ha determinato la soccombenza.


fonte : usurainbanca.it

sabato 21 gennaio 2017

I doni degli italiani ai terremotati? Su un conto di Mps che stava per saltare

I doni degli italiani ai terremotati? Su un conto di Mps che stava per saltare



Quando il 22 dicembre scorso l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena, Marco Morelli,
ha comunicato che era fallito l’aumento di capitale proposto al mercato
dalla sua banca, in pochissime ore il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni
ha convocato il consiglio dei ministri e ha fatto approvare il decreto
da 20 miliardi di euro con cui è stata salvata la banca senese. Un
fulmine. E non è stato il primo quando qualche istituto di credito ha
lanciato il suo allarme.  .....

venerdì 20 gennaio 2017

Brexit, May: 'Un'incredibile opportunità. Negoziato duro per andare oltre l'Europa'

Brexit, May: 'Un'incredibile opportunità. Negoziato duro per andare oltre l'Europa':



'Fuori dall'UE ci aspetta un futuro più brillante' ha affermato il primo ministro a Davos: 'Assumeremo la leadership mondiale del commercio e del mercato'



Brexit, May: "Un'incredibile opportunità. Negoziato duro per andare oltre l'Europa"

IN VIGORE DA IERI IL SEQUESTRO CONSERVATIVO EUROPEO DI CONTI CORRENTI BANCARI


Regno Unito e Danimarca, invece, non hanno partecipato all’adozione del Regolamento














Nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea dello scorso 19 ottobre, è stato pubblicato il Regolamento di esecuzione in commento, che istituisce i moduli di cui al Regolamento (UE) n. 655/2014 del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce una procedura per l’ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari al fine di facilitare il recupero transfrontaliero dei crediti in materia civile e commerciale e da ieri divenuta operativa
L’emanazione del Regolamento in commento si è resa necessaria in quanto, al fine di garantire la corretta applicazione del Regolamento (UE) n. 655/2014, era opportuno elaborare moduli standard.
A norma dell’articolo 3 del protocollo n. 21 sulla posizione del Regno Unito e dell’Irlandarispetto allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento dell’Unione europea, l’Irlanda ha partecipato all’adozione del Regolamento (UE) n. 655/2014. L’Irlanda ha partecipato, pertanto, all’adozione del Regolamento in commento.
A norma degli articoli 1 e 2 del protocollo n. 21 sulla posizione del Regno Unito e dell’Irlanda rispetto allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e fatto salvo l’articolo 4 di tale protocollo, il Regno Unito, invece, non ha partecipato all’adozione del Regolamento (UE) n. 655/2014 e, pertanto, non ha partecipato neanche all’adozione del Regolamento in commento.
A norma degli articoli 1 e 2 del protocollo n. 22 sulla posizione della Danimarca, allegato al trattato sull’Unione europea e al trattato sul funzionamento dell’Unione europea, la Danimarca non ha partecipato all’adozione del Regolamento (UE) n. 655/2014 e, pertanto, non ha partecipato neanche all’adozione del Regolamento in commento.
Le misure di cui al Regolamento in commento sono conformi al parere del comitato “Ordinanza europea di sequestro conservativo su conti bancari” istituito ai sensi del Regolamento (UE) n. 655/2014

fonte : G.U. Unione Europea  - Testo :  Avv. Andrea Sganzerla

giovedì 19 gennaio 2017

Traditi dalle banche: raccontateci come gli istituti vi hanno rovinato la vita

Traditi dalle banche: raccontateci come gli istituti vi hanno rovinato la vita: ...













Per il risparmiatore e correntista comune, andare
in banca per chiedere un prestito può significare sottoporsi a un
interrogatorio di terzo grado dal quale è facile uscirne scoraggiati e
con le tasche vuote. Possiamo andare in banca per chiedere un mutuo
sull'acquisto della casa, un prestito per pagare gli studi dei figli o
un'operazione costosa, ci ritroveremo puntuale l'incolpevole bancario di
turno costretto a chiederci una montagna di garanzie che tutelino il
suo istituto bancario. E non va meglio a chi, dopo tanti anni di
sacrifici e duro lavoro, chiede consiglio su come investire al meglio i
propri risparmi. Ci si ritrova in un ginepraio di clausole scritte in
piccolo, tassi generosi che nascondono disastri finanziari, obbligazioni
e fondi attraenti che sembrano fatti di cioccolata, finché non li
assaggiamo.


La scandalosa situazione in cui si è ritrovata Mps -
tra le altre - ha dimostrato che la rigidità delle banche nel concedere
credito non gode dello stesso metro di giudizio. Basta far parte del
giro giusto, godere degli agganci che contano perché le casse
dell'istituto di credito si aprano con uno schioccare delle dita. E in
quei casi al diavolo le garanzie o i tassi al limite dello
strozzinaggio.


Abbiamo quindi voluto aprire la casella di posta elettronica traditidallebanche@liberoquotidiano.it
per dare voce a tutti i maltrattati allo sportello: vogliamo dare
l'opportunità al popolo dei risparmiatori italiani di denunciare a piena
voce cosa succede quando si chiede alle banche di fare il proprio
mestiere. Scriveteci e raccontateci le vostre disavventure con le
banche.


mercoledì 18 gennaio 2017

Mutui in franchi svizzeri invalidi. Condannata la Barclays.


Mutui in franchi svizzeri invalidi. Condannata la Barclays. Possibilità di rimborso per i risparmiatori. “State attenti ai conteggi della banca!”
Il Tribunale di Roma con ordinanza decisoria ex art. 702 bis cpc, procedura  nrg. N.R.G. 44182/2015 del 03.01.2017 del giudice Cerenzia, a conclusione di un procedimento civile a cognizione sommaria,  per la prima volta ha posto un punto fermo, alla questione dei mutui indicizzati al franco svizzero.
Ci sono dunque delle opportunità concrete, per i vari risparmiatori che, dal 2006 al 2011 avevano una tipologia di contratto un mutuo fondiario (poi tolto dal mercato), con la Barclays Bank, per poi scoprire, che per effetto di un complesso meccanismo di indicizzazione, in caso estinzione anticipata del prestito stesso, avrebbero subito un aumento esorbitante dei costi da sostenere, a seguito del conguaglio da calcolare, non in euro ma in franchi svizzeri.
La decisione del Tribunale capitolino, ha dichiarato la nullità delle clausole contenute nei finanziamenti collegati al franco svizzero, che sono redatte in modo capestro e non chiaro, determinando incertezza e disequilibrio tra le parti del contratto .
Trattasi di una pronuncia di cui potranno beneficiare centinaia di migliaia di risparmiatori e consumatori, che hanno contratto mutui a tasso variabile indicizzati al franco svizzero, che prevedono un doppia conversione, a tutto vantaggio della banca.
L’analisi giudiziaria ha dichiarato che la pattuizione secondo cui,  la valuta del credito, quando è  indicata  nel mutuo, in euro senza alcun altro elemento indicativo dell’incidenza sulla determinazione del capitale residuo, è invalida .
In pratica, nel caso affrontato dal Tribunale, il capitale di credito sulla carta è stato comunicato al mutuatario esclusivamente in euro, mentre in realtà era ed è un capitale in CHF (franchi svizzeri), il che significa che nei casi analoghi a questo, vi sono  effetti devastanti sull’economia delle famiglie.
L’ordinanza in parola, ha condannato La BARKLAYS BANK plc, al pagamento di €. 85 mila, quale importo da restituire al mutuatario, perché indebitamente percepito, oltre interessi a far data dal 18.12.13 e sino al soddisfo.
Ma andiamo per ordine e spieghiamo il caso, che è simile a molti altri.
Si tratta della vicenda di una coppia romana ,che aveva stipulato, nel 2008, un mutuo con la banca inglese in cambio di un tasso di interesse inferiore a quello praticato sui mutui in euro.
Tuttavia i coniugi, nel 2013 quando decidono di estinguere il prestito da 240 mila euro, in anticipo, per sostituirlo con un altro più vantaggioso, si sono trovati però a fare i conti con il tasso di cambio, e con una forte rivalutazione del franco svizzero, valuta in cui il prestito andava restituito.
Difatti nel richiedere il conto dell’estinzione, i clienti si sono visti addebitati non soltanto i 220 mila euro di capitale non ancora rimborsato, ma anche ben 75.800 euro di “conguaglio cambio”.
Di qui il ricorso all’Arbitro bancario e finanziario, che aveva già dato ragione ai sottoscritto nel 2015, rilevando, nello specifico, la nullità della clausola di cui all’articolo 7 del contratto, secondo cui , l’importo finanziato teoricamente in euro, doveva essere ricalcolato, alla voce “Tasso di Interesse”, con il parametro di riferimento Libor semestrale in franchi svizzeri. Vale a dire,  che si addossava il rischio di cambio solo sui sottoscrittori del mutuo.
Il Tribunale di Roma ha confermato la nullità dell’articolo 7, giudicando inoltre che le modalità di calcolo del capitale da rimborsare fossero arbitrarie e poco comprensibili, e definendo “equivoci” i diritti e gli obblighi previsti nel contratto. Questa mancanza di trasparenza, in violazione degli articoli 115 e 116 del Testo Unico Bancario, ha causato “un significativo squilibrio ai danni del consumatore come si evince dall’ingente somma richiesta dalla banca”.
Di qui la condanna a restituire ai ricorrenti quasi 79 mila euro, più 7 mila euro per “responsabilità aggravata”, 390 euro per le spese di lite e 13mila euro per compensi professionali.
Il colosso inglese, Barclays ha già annunciato di voler ricorrere in appello contro la decisione.
Già il Tribunale di Milano – con il giudice Dr. Silvia Brat – (procedura N.R.G. 2015/47185), aveva constatato, per un caso simile ai coniugi romani, che tale tipologia mutuo, era stato redatto con mancanza assoluta del rispetto del criterio della trasparenza e in violazione del comma 35 del Codice del Consumo.
Va detto che sentenza del foro romano,  è molto importante perché apre la strada a risarcimenti futuri per tutti quei clienti che hanno firmato contratti di mutuo in Franchi Svizzeri, senza sapere i costi di cambio. Ricordiamo che Barclays è coinvolta anche nella   vicenda euribor ( leggi : http://www.glistatigenerali.com/governo/truffa-con-leuribor-sui-mutui-si-puo-ottenere-tutela/)
Caso in cui sono stati manipolati gli interessi sui tassi dei mutui negli anni scorsi.

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Crac azienda barese Divania: condannata banca Unicredit, risarcirà 7,6 milioni

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Il Tribunale civile ha disposto il pagamento della somma alla Curatela Fallimentare: dichiarate nulle 157 operazioni in derivati disposte tra il 1998 e il 2005
Crac azienda barese Divania: condannata banca Unicredit, risarcirà 7,6 milioni
La quarta sezione civile del Tribunale di Bari ha condannato Unicredit Spa a pagare 7,6 milioni di euro in favore della Curatela fallimentare Divania, società barese attiva nella produzione di divani, dichiarata fallita nel 2016. I giudici hanno accolto parzialmente le domande della curatela riguardanti 157 operazioni in derivati sottoscritte nel periodo compreso tra il 1998 e il 2005. Secondo il Tribunale quei contratti erano nulli. Per gli stessi contratti l'istituto di credito era stato condannato  a maggio 2016 al pagamento di altri 12,6 milioni corrispondenti a presunte perdite dovute agli investimenti in derrivati. Sul caso, inoltre, pende  dinanzi al Tribunale penale l'udienza preliminare sulla richiesta di rinvio a giudizio dei vertici della banca Unicredit, imputati per concorso in bancarotta fraudolenta di Divania.





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fonte: baritoday.it

Disastro Mps, quei regali nello stipendio. La banca a fondo (e loro si arricchiscono)

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Come puoi salvarti Conto in banca e carte di credito: sette consigli per non farti prosciugare il conto corrente

Sempre più spesso sentiamo parlare di carte di credito clonate, identità rubate, soldi che spariscono come per magia: tutto finisce nel vortice di Internet che, purtroppo, non sempre è un posto sicuro. Dopo aver messo in chiaro che nessuno sarebbe davvero al sicuro da un attacco hacker mirato e ben organizzato, l'Huffington Post ha provato a stilare un elenco dei "Sette semplici accorgimenti per la sicurezza del tuo bancomat e della tua carta di credito".
Primo passo: controllate sempre l'estratto conto, sia entrate ma soprattutto uscite. Può essere utile anche attivare il servizio sms sul traffico di bancomat e carta di credito, così sarete sempre aggiornati in tempo reale.
Secondo passo: memorizzate il pin e non scrivetelo per nessuna ragione, soprattutto su un bigliettino nel portafogli, perfetto per essere rubato dal primo borseggiatore. Se proprio non riuscite a ricordarvelo, camuffatelo come un contatto nella vostra rubrica.
Terzo passo: tenete gli occhi aperti, quando andate a prelevare o quando usate la carta per pagare al ristorante o in un negozio, non perdetela mai di vista.
Quarto passo: acquisti in rete, attenti all'url con il lucchetto verde, significa "transizione sicura". Inoltre, su internet è sempre meglio pagare con una prepagata, in modo da potervi caricare solo la cifra necessaria all'acquisto. Ultimo consiglio: per acquistare qualcosa online basta il numero di carta, il nome dell'intestatario e il codice di sicurezza. Qualsiasi altro dato richiesto vi dovrebbe mettere in allerta.
Quinto passo: attenzione al "phishing", dove i truffatori si fingono esperti di comunicazione digitale e cercano di convincervi a fornire dati finanziari e codici di accesso. Non abboccate.
Sesto passo: diffidate e non aprite mail sospette, magari provenienti dalla vostra banca ma scritte in un italiano orribile, in cui vi chiedono di fornire informazioni al vostro conto. E ancora, se vi mandano un link attraverso cui è necessario confermare la vostra identità, non credetegli, sono truffatori, "phishers" abili. Spam.
Settimo passo: semplice, quando pagate con assegno non fornite a nessuno (se non al reale destinatario) foto, fotocopie o dettagli del pagamento effettuato.

fonte : liberoquotidiano.it

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