sabato 4 febbraio 2017

Edward Luttwak: "Tra due anni Donald Trump vincerà anche in Europa"


Un inizio in quarta, per Donald Trump, il presidente che mantiene le promesse, tanto che c'è già chi si spinge a paragonarlo a un golpista. Tutta colpa del licenziamento di Sally Yates, una funzionaria del ministero della Giustizia, e delle nomine alla Corte suprema. Diritti del presidente a stelle e strisce, ma tant'è: nel tiro-a-The-Donald, ora, tutto è concesso. Chi si ribella a questa logica, però, è Edward Luttwak, trumpiano convinto, che in un'intervista a ilsussidiario.net ripresa da Italia Oggi, sul caso della Corte suprema, taglia corto: "Trump è repubblicano e nomina un repubblicano".
Quando gli ricordano che ci si aspettava, dopo l'elezione, un Trump più conciliante con i democratici, il politologo risponde: "Trump non ha fatto campagna elettorale dicendo che sarebbe stato gentile. Quello che ha detto è che vuole rifare l'America ed è quello che sta facendo". Dopo l'elogio del piano di investimento in infrastrutture, si passa al licenziamento della Yates: non è stato troppo spiccio? "La signora Yates - riprende Luttwak - era un semplice funzionario del ministero che si è rifiutata di eseguire gli ordini che le erano stati dati ed è stata giustamente licenziata", ricorda.
"Donald Trump - continua Luttwak - è stato nominato ed eletto sulla base di un programma specifico, che consiste di 29 punti. Li sta eseguendo in sequenza. A differenza dei politici che normalmente vanno a Washington e dimenticano quanto promesso in campagna elettorale, lui fa quello che ha promesso. Ad esempio - sottolinea - l'altro giorno ha richiamato i responsabili delle aziende farmaceutiche ad abbassare i prezzi delle medicine che in America e in Canada sono il doppio rispetto all'Europa. Ma di questo non scrive nessuno".
Sul futuro del Trump presidente, Luttwak prevede che "ci saranno molti licenziamenti in futuro, ad esempio nella Cia, che era in mano all'ex consigliere di Obama". Ma anche "al ministero dell'Ambiente dove ogni progetto veniva regolarmente bloccato". Dunque, il politologo si spinge ad affermare che "tra due anni Trump vincerà anche in Europa". Una profezia che spiega così: "Il suo modello dovrebbe essere preso da esempio. Pensi all'Italia: negli anni '60 era un paese molto più povero eppure si costruivano le autostrade. Oggi non si fa più neanche manutenzione. Trump ci sta facendo vedere Grillo", aggiunge. Ma che c'entra, Grillo? "Se al comune di Roma avessero vinto i trumpisti, dopo tre giorni si sarebbero risolte un sacco di cose - riprende -. Ha vinto Grillo e non si sta facendo nulla. Grillo chiacchiera, Trump agisce, ecco la differenza". Touché, mister Luttwak.

fonte : liberoquotidiano.it

Pizzoli, i risparmiatori occupano la Banca Etruria











 
Un’ennesima protesta dai toni forti quella che ieri pomeriggio hanno messo in atto i correntisti della Banca Etruria di Pizzoli, il Comune che – in proporzione agli abitanti – ha il numero maggiore di risparmiatori clienti di una delle quattro banche in risoluzione in seguito all’adozione del decreto “Salva banche” nel novembre del 2015. 

Decreto che sancito la risoluzione, 15 mesi fa, oltre che della banca Etruria, anche delle vecchie Carichieti, Carife e Banca Marche. Ieri, dalle 15 alle 20, i correntisti hanno occupato la sede locale dell’istituto bancario toscano, “una delle filiali più importanti di Banca Etruria a livello nazionale”, ci tengono a precisare i referenti del Comitato Difesa dei risparmiatori della Banca Etruria di Pizzoli, Amedeo Gregori e Domenico Ioannucci.

 Chiusi nell’ufficio del responsabile della filiale, i due hanno cercato ripetutamente di mettersi in contatto con la dirigenza del nuovo soggetto bancario. Ma dall’altro lato del telefono soltanto risposte evasive. Al centro della protesta c’è l disparità di trattamento riservata dal Governo ai risparmiatori dell’ex Banca Etruria rispetto a quelli di Monte dei Paschi di Siena, salvata dal fallimento con 20 miliardi di euro.
Una scelta, quella del Governo Renzi, che portò a bruciare in una sola mossa 431 milioni di euro di 12.500 risparmiatori, azionisti e soprattutto obbligazionisti subordinati, moltissimi dei quali piccoli risparmiatori che non erano a conoscenza del grado reale di rischio dei titoli che stavano acquistando. Secondo le notizie circolate nelle ultime settimane, il nuovo soggetto bancario che avrebbe acquisito gli istituti di credito falliti (“a un solo euro”, hanno rimarcato quelli del Comitato Difesa dei risparmiatori di Banca Etruria di Pizzoli) è Ubibanca.
Il Governo ha stimato per i risparmiatori retail delle quattro ex banche, rimborsi per 190mln di euro, che per Codacons “coprono meno della metà delle perdite subite dai piccoli risparmiatori”. Un’ennesima azione forte, quella dei risparmiatori, dopo le due occupazioni dell’estate scorsa, per denunciare “la disparità di trattamento rispetto ai risparmiatori della banca Monte dei Paschi di Siena, per la quale lo Stato ha trovato 20 miliardi (con il decreto di dieci giorni fa, ndr) con i quali saranno rimborsati totalmente i titoli subordinati anche di grossi speculatori”, ha spiegato Gregori, “mentre per noi non sono stati trovati i pochi ‘spiccioli’ necessari per il 100% dei rimborsi”. Gli ex obbligazionisti subordinati di Pizzoli sono per lo più piccoli imprenditori locali, artigiani, pensionati. Nessuno è un grande investitore o speculatore finanziario e le somme perse vanno dai 10mila a qualche centinaia di migliaia di euro: soldi messi da parte con anni di lavoro. Come quelli di Antonietta Martinelli, 69 ani di Pizzoli: 65mila euro di liquidazione, i suoi, spariti nel nulla. Con il rimborso infine consentito dal Governo, dopo innumerevoli proteste tra cui il sit-in davanti alla sede della Banca d’Italia a Roma, Antonietta recupererà sì e no 51mila euro; i correntisti otterranno l’80% dei rimborsi.

fonte : rete8

Emiliano: “In questi anni il Pd e’ stato dalla parte delle banche”














Agenpress. “In questi anni di governo il Pd e’ stato dalla parte delle banche creditrici anziche’ dalla parte delle famiglie e delle aziende in difficolta’. Non puo’ continuare cosi'”.

Lo dice il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, in un post su facebook.

“È stato legittimato l’anatocismo: l’attuale sistema impone per legge- aggiunge Emiliano- il principio della produzione degli interessi di mora sugli interessi scaduti.
L’introduzione del Bail-in ha spostato sui risparmi delle famiglie gli errori delle autorita’ responsabili delle crisi, incapaci di governare il mercato.
La vendita all’asta di un bene immobile, della casa di una famiglia che non ha alternative abitative, e’ oggi piu’ facile: si procede senza incanto e la banca creditrice puo’ chiedere l’assegnazione dell’immobile se le offerte di vendita sono inferiori al valore stimato dell’immobile”.
Emiliano conclude: “Queste cose sono state fatte senza dare alcun sostegno alle aziende e alle famiglie che non riuscivano a fronteggiare la crisi finanziaria”.

venerdì 3 febbraio 2017

Veneto Banca, Consoli: «Bankitalia sapeva tutto»








«La Banca d’Italia sapeva». Così interrogato dai magistrati la mattina del 21 ottobre 2016, l’ex ad di Veneto Banca, Vincenzo Consoli accusato di aggiotaggio e ostacolo all’attività di vigilanza. Come scrive Andrea Priante sul Corriere del Veneto nell’edizione di Vicenza alle pagine 14 e 15, Consoli si riferisce alle quotazione del valore delle azioni, vendute a oltre 30 euro e poi crollate, spiega che è normale. «Le valutazioni dei titoli per le Banche Popolari è più alta del patrimonio netto contabile. Non era un problema di Veneto Banca, era un problema comune a tutto il sistema delle Popolari e non poteva essere sconosciuto alla Banca d’Italia, che continua a fare ispezioni su ispezioni».
Consoli ha parlato anche delle pressioni ricevute da Roma per la fusione con Banca Popolare di Vicenza. «Lei Zonin lo incontra subito», gli sarebbe stato intimato il 19 dicembre 2013 dal capo della vigilanza Carmelo Barbagallo. Secondo Consoli, il piano di fusione prevedeva che «nessuno che rappresenti Veneto Banca dovrà entrare nel nuovo Cda». Ma lui non ci sta: «“La faccio soltanto a queste condizioni”, così disse Zonin. (…) Ma tu non puoi estromettere la componente di 80mila soci di Treviso dal governo del nuovo gruppo. Zonin disse, senza mezzi termini: “Signori, facciamo così perché se no telefono al governatore”. Tant’è che gli dicemmo: “Scusi, lei potrà anche telefonare al governatore ma sono decisioni che competono a un Cda”». «In quel momento – conclude l’ex ad – PopVicenza sembrava fosse la banca che doveva prendere tutto (…) poi vai a confrontare i dati e si scopre che i numeri di Veneto Banca sono di gran lunga migliori di quelli della Popolare di Vicenza. Però una diventa banca aggregante e l’altra diventa banca vittima…».

Vicenzo Consoli, CorVeneto: nei verbali accuse a Bankitalia, «Mi dissero: chiami subito Zonin»

di Andrea Priante, da Il Corriere del Veneto
«È una valutazione: secondo lei io sono bello? Può darsi che lei mi trovi particolarmente brutto...». È la mattina del 21 ottobre 2016, l'interrogatorio - il primo da quando si trova agli arresti domiciliari - è cominciato da pochi minuti e Vincenzo Consoli si rivolge così al pubblico ministero Stefano Pesci. Prova a spiazzarlo, e lo stesso farà nelle ore successive di un faccia a faccia estenuante tra accusa e difesa. Nella stanza, oltre a Pesci ci sono la sua collega Sabina Calabretta e un maresciallo della guardia di finanza di Roma. Consoli è accompagnato dal pool dei suoi avvocati: Massimo Malvestio, Franco Coppi e Alessandro Moscatelli. È trascorso poco più di un anno dal primo incontro in procura tra l'ex amministratore delegato di Veneto Banca e gli investigatori che lo accusano di aggiotaggio e ostacolo all'attività di vigilanza. Ma all'epoca, il banchiere era soltanto indagato. Stavolta, invece, è «prigioniero» nella sua villa (sequestrata) di Vicenza, misura che gli è stata revocata soltanto martedì.
La battuta sul suo aspetto, in realtà, gli serve come pretesto per spiegare ai magistrati che le decisioni prese da una banca sono soggette a «punti di vista». E su questo tornerà più volte, talvolta per respingere in toto le ricostruzioni dell'accusa, in altri momenti per scaricare la responsabilità sui sottoposti o per giustificare i suoi «non so», perché «se dovessi ricordarmi tutte le operazioni che ho fatto sarei Pico della Mirandola». E in altri, per criticare apertamente il lavoro di Bankitalia.
«La Banca d'Italia sapeva»
Rivisto oggi - per la prima volta attraverso i verbali - quell'interrogatorio permette di ricostruire la visione di Consoli su quanto accaduto in questi ultimi anni a Veneto Banca.
L'ex Ad si difende sostenendo di non aver nascosto nulla a Bankitalia. Sulla quotazione del valore delle azioni, vendute a oltre 30 euro e poi crollate, spiega che è normale. «Le valutazioni dei titoli per le Banche Popolari è più alta del patrimonio netto contabile. Non era un problema di Veneto Banca, era un problema comune a tutto il sistema delle Popolari e non poteva essere sconosciuto alla Banca d'Italia, che continua a fare ispezioni su ispezioni».
«Zonin e il governatore»
Consoli parla a lungo delle manovre per spingere sulla fusione con Popolare di Vicenza. E le mette in relazione proprio con le ispezioni di Bankitalia. L'ex Ad ricorda che «arriva l'ispezione nel gennaio 2013 (...) e la richiesta del Governatore è quella di andare a vedere il credito deteriorato e in base alle nuove regole per quanto riguarda la valutazione delle garanzie». Il Cda si adegua alle direttive, niente di più. Anche perché «non è che in quel momento, la sensazione che Veneto Banca stesse per andare nel precipizio fosse netta». Dall'ispezione, Consoli si aspettava «qualche scapaccione, però le cose tutto sommato non sono male...». Invece a novembre 2013 «arriva un'ispezione eccessiva, non sta nè in cielo nè in terra che Veneto Banca sia trattata in quella maniera lì. Ma la cosa che più mi ha colpito, mi è arrivata anche la lettera del governatore della Banca d'Italia che dice: "Cari signori, non siete capaci, avete un credito che non funziona, finanziate capitale e quindi andate tutti quanti a casa e vi trovate un partner adeguato"». E il partner «si scopre che è la Banca Popolare di Vicenza. Ma per carità, sicuramente è un caso...». A Roma spingono per la fusione. «Il dottor Barbagallo (Carmelo, è il capo del Dipartimento di Vigilanza, ndr ) con forza mi dice che bisogna portare avanti tutto quello che il governatore ha scritto e bisogna farlo di corsa. Era il 19 dicembre, io gli dico: "La prossima settimana è Natale, poi devo andare a Barcellona, quando torno incontro Zonin". Barbagallo mi disse, in maniera esplicita e con forza: "Lei Zonin lo incontra subito"». Consoli ubbidisce e il 27 dicembre vede l'allora presidente della Popolare di Vicenza. «Allora, il dottor Zonin dice: "Cari signori, ho parlato lungamente al telefono con il governatore il quale mi ha detto che l'operazione va fatta"». Secondo Consoli, il piano prevedeva che «nessuno che rappresenti Veneto Banca dovrà entrare nel nuovo Cda». Lui, naturalmente non ci sta: «"La faccio soltanto a queste condizioni", così disse Zonin. (...) Ma tu non puoi estromettere la componente di 80mila soci di Treviso dal governo del nuovo gruppo. Zonin disse, senza mezzi termini: "Signori, facciamo così perché se no telefono al governatore". Tant'è che gli dicemmo: "Scusi, lei potrà anche telefonare al governatore ma sono decisioni che competono a un Cda"».
Quindi, secondo Consoli: Zonin, spalleggiato da Bankitalia, dettava regole penalizzanti per Veneto Banca. Il pm gli chiede cosa voglia intendere, con questo racconto: «Le posso dire che in quel momento PopVicenza sembrava fosse la banca che doveva prendere tutto (...) poi vai a confrontare i dati e si scopre che i numeri di Veneto Banca sono di gran lunga migliori di quelli della Popolare di Vicenza. Però una diventa banca aggregante e l'altra diventa banca vittima...».
I crediti deteriorati
Si parla dei crediti deteriorati. E anche qui Consoli critica i dati di Bankitalia: secondo lui sono inferiori a quelli dichiarati dagli ispettori: «A me è parso che sia stato fatto in maniera un po' sbrigativa, evidentemente (gli ispettori, ndr ) dovevano trovare qualcosa». E in ogni caso, spiega, la decisione se riconoscerli o meno era condivisa: «Cioè, non è che lo vede soltanto Consoli. Lo vede il Cda e il Cda accetta quelle che sono le risultanze di una commissione fatta da più persone e quindi accettiamo una parte delle rettifiche e non ne accettiamo delle altre. Questo è. Ma dire che oggettivamente la Banca d'Italia ha ragione, beh insomma, oggettivamente ...». Di conseguenza, sostenere «che da questo ne discende che il bilancio, e quindi le segnalazioni di vigilanza, erano fasulli, secondo me ce ne va...».
«Ho la coscienza a posto»
I due pm lo incalzano ormai da ore. Si entra nei particolari e Consoli nega di essere «l'uomo solo al comando», quello che prende tutte le decisioni. Parlano di crediti che «non tornano» per un centinaio di milioni di euro. «È chiaro che la banca deve avere sotto controllo ogni cosa, ma su un ammontare di 27 miliardi di crediti ripartiti tra otto realtà di cui alcune estere, cento milioni... cioè possono... lo so che mi gioca contro, ma possono sfuggire o possono non sfuggire. Cioè, voglio dire, ma davvero è mia responsabilità? Voglio dire, io mi sento con la coscienza a posto. Ma davvero può esserci che uno è responsabile oggettivamente di... quanti sono i clienti affidati di Veneto Banca? Quante sono le aziende? Cioè, io devo sapere per filo e per segno tutto? È chiaro che o c'è una responsabilità collettiva oppure qualcosa mi va perdonato, non può essere che il responsabile unico sia Vincenzo Consoli...».
È sera. C'è tempo solo per un paio di domande. Gli chiedono se conosce qualcuno dell'attuale board di Veneto Banca: «Certamente, conosco l'Ad, che è quello che mi ha denunciato. Cristiano Carrus, che ho assunto io...». Ha incarichi in altre banche? «Sono un pensionato, non ho altri incarichi se non quello del pensionato».

Banca Valsabbina, altri 13 indagati nell’inchiesta sul crac di Carife










Si indaga su un fittizio aumento di capitale. La banca bresciana: «Noi vittime». Sono 54 gli indagati per l’incremento di capitale di Carife, tra i quali l’ex presidente di Valsabbina
I fascicoli in Procura a Ferrara si fanno più corposi e nel registro degli indagati sono stati aggiunti nuovi nomi, altri 33, per la precisione. Tutti coinvolti a vario titolo nell’inchiesta estense sull’aumento di capitale della Carife. Indagine aperta per aggiotaggio, falso in prospetto, ostacolo alla vigilanza e bancarotta patrimoniale. Dei nuovi avvisi di garanzia 13 sono stati notificati ad altrettanti consiglieri, sindaci e dirigenti della Banca Valsabbina. L’istituto di credito bresciano, così come Banca popolare di Bari, Banca popolare di Cividale e Cassa di Risparmio di Cesena, era finito all’attenzione degli investigatori di Ferrara per la formazione ritenuta fittizia del capitale di Carife - 150 milioni di euro - ottenuta anche attraverso la reciproca sottoscrizione di azioni avvenuta nel 2011 tra le 5 banche finite poi sotto inchiesta.

Il nodo dell’aumento di capitale
Per completare l’operazione di aumento del capitale, in cui Carife aveva coinvolto anche 30 mila risparmiatori, mancavano 22,8 milioni di euro, recuperati attraverso la cessione di azioni a Banca Valsabbina per 10 milioni, a Popolare di Cividale per 2,058 milioni, a Cassa di Cesena per 6 milioni e a Popolare di Bari per 4,037 milioni. Tutto restituito da Carife ai partner dell’operazione con la sottoscrizione di azioni per eguali importi. Di fatto, secondo la procura, lo scambio di azioni aveva annullato l’incremento del capitale, contravvenendo alla normativa in materia di società e consorzi prevista dal codice civile. L’aumento del capitale però non aveva evitato a Carife prima il commissariamento, nel 2013, e poi, nel febbraio 2016, la dichiarazione di insolvenza. Nel luglio scorso erano stati acquisiti dalla Guardia di Finanza documenti contabili e di bilancio durante le perquisizioni eseguite nelle sedi degli istituti e in quell’occasione erano stati notificati i primi 21 avvisi di garanzia che avevano raggiunto i membri del cda e del collegio sindacale di Carife e di Fondazione Carife, oltre ai vertici degli altri istituti di credito. Tra questi l’ex presidente Ezio Soardi (sostituito poi da Renato Barbieri, direttore generale), chiamato a rispondere di aggiotaggio. Nei prossimi giorni i nuovi indagati saranno ascoltati dal Procuratore Capo di Ferrara, Bruno Cherchi che coordina l’indagine avviata nel 2015.

Valsabbina: «Noi vittime»
Banca Valsabbina ha diffuso una nota sugli sviluppi dell’inchiesta che devono essere letti «esclusivamente come un’estensione delle garanzie difensive a tutela dei soggetti che si sono occupati a vario titolo della vicenda, nella quale anche Banca Valsabbina è una vittima». Nel documento viene anche spiegata la posizione dell’istituto di credito bresciano nell’ambito dell’intera operazione con Carife con la quale si collaborava da tempo. «La decisione di investire per acquisire una partecipazione di Cariferrara in aumento di capitale fu infatti presa con l’obiettivo di rafforzare il rapporto con un partner di business interessante (ricordiamo che nel 2011 Banca Valsabbina aveva acquistato da Cariferrara il Credito Veronese ) sulle base delle informazioni pubblicamente disponibili all’epoca, che presentavano Cariferrara come una realtà in fase di rilancio». Dopo la proroga di 6 mesi per le indagini concessa a metà gennaio, si prevede che l’inchiesta possa essere chiusa entro giugno.
autore : lil.golia@gmail.com    fonte : brescia.corriere.it

Vertici di una banca a processo, Derivati 'camuffati' da mutuo. Direttore e il direttore generale di un istituto di credito accusati di truffa e appropriazione indebita









CREMONA - Se avessero saputo che il contratto di mutuo fondiario per un milione e 400mila euro stipulato con la banca nascondeva, in realtà, un contratto sui derivati ‘Swap’, a tasso fisso, non lo avrebbero firmato. Anche perché nel momento in cui lo sottoscrissero, era imminente la caduta del tasso Euribor. E la banca disponeva dell’informazione, perché ‘soggetto qualificato’. Mentre i clienti non erano stati informati. La banca si sarebbe così procurata un ingiusto profitto pari a 192.470,75 euro.
Con l’accusa di truffa e di appropriazione indebita sono stati rinviati a giudizio il direttore e il direttore generale di un istituto di credito. Mercoledì, davanti al giudice Francesco sora si è aperto il processo, nel quale i clienti sono parti offese. Non si sono costituiti parte civile, perché nel frattempo, assistiti dall’avvocato Luigi Gritti, hanno promosso una causa civile per ottenere il risarcimento del danno.

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Tribunale di Benevento, Sez. Giurisprudenza, 16638 - Mutui usurari da Tasso di Mora

Computo del tasso di interesse mortorio ai fini della verifica del superamento del tasso-soglia  Usurarietà dei tassi

" La clausola che prevede gli interessi di mora è chiaramente additiva e non sostitutiva. "

Tribunale di Udine : Revoca Segnalazione Centrale Rischi Bankitalia

il Giudice ha ordinato la immediata revoca della segnalazione a "sofferenza” alla Centrale rischi della Banca d’Italia, a seguito di una citazione urgente ex art. 700 cpc.


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